HANGAR BICOCCA
Nauman, tra neon, tunnel, corridoi e stanze

Una mostra circolare, idealmente. Circolare perché Bruce Nauman - Neons Corridors Rooms, l’ampia retrospettiva milanese dell’artista americano (Fort Wayne, 1941), si può aprire con un video (Walk with Contrapposto, 1968) e si può chiudere con altri video (Mapping the Studio II, 2001).
Video che non solo si posizionano cronologicamente agli estremi del percorso ma che ci riportano a quello che è il luogo prediletto dell’artista: lo studio. Il primo video riprende l’artista che cammina con marcate movenze in uno stretto corridoio costruito nell’atelier; il secondo, invece, è costituito da sette proiezioni che riprendono lo studio di notte. All’inizio non accade nulla: sedie, scale, ma, pazientando, emerge una vita notturna: un insetto svolazza fugace, un topo s’aggira agile nel buio. In entrambi i casi si ha la sensazione di essere dei guardoni: nel primo caso, quella sgradevole di osservare morbosamente un disagiato; nel secondo, quella un poco paranoica di essere un perditempo che spia nelle case altrui. L’artista costruisce, poi, spazi delimitandoli con pareti e soffitti, ma anche con luci e suoni. Ne è esempio principe Green Light Corridor, 1970. Esso integra uno strettissimo corridoio e una luce verde fluorescente; di per sé già uno spazio inusuale; ma la magia avviene quando si emerge da questo corridoio e il mondo ci appare, per una manciata di secondi grazie al nostro occhio che reagisce alla variazione luminosa, velato di magenta. In questo caso è proprio il gioco percettivo a costruire lo spazio. Attraverso telecamere a circuito chiuso e specchi si fa esperienza di una sorta di dislocazione fisica. Ci si vede camminare in un corridoio in ritardo; non ci vediamo riflessi nello specchio di fronte ma vediamo il visitatore al nostro fianco. Potremmo parlare di opere relazionali ante litteram. Si carpiscono riflessioni sulla società.
Fatti salvi alcuni interrogativi sulla sorveglianza l’attenzione dell’artista sembra più diretta ad una socialità “domestica”, alle relazioni con il prossimo, che vediamo in carne ed ossa; per dirla breve, colui che sta “qui e ora”. Insomma, più che i grandi temi della convivenza tra popoli il lavoro di Nauman celebra le problematiche di una relazionalità da vicinato, di quartiere. I corpi sono quelli individuali (mio, tuo) che si danno convegno nella stanza immersa nella luce gialla. Ed ecco che ci si ritrova nel proprio corpo. Esso ci si è fatto presenza, ci si sono palesate le connessioni, le emozioni fisiche e psichiche che con esso si sono vissute.
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