DA VIVERE
Occhio alla neuroestetica

Nel 1909 ne Lo spirituale nell’arte Kandinskij scrive che«Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’Anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’Anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’anima a vibrare».
Allora ci sono colori, materiali e suoni che attivano nel nostro cervello sensazioni piacevoli e spiacevoli, ma come stabilire quali?
È possibile dare una risposta chiara sul perché davanti ad alcuni quadri rimaniamo estasiati? Com’è possibile trattare scientificamente un evento come l’esperienza estetica così sensazionale, coinvolgente e, nello stesso tempo rapida e sfuggente, tanto da far venire i capogiri ai turisti davanti ad una tela del Caravaggio o alla Pietà di Michelangelo?
Nel 1994 il neuroscienziato Semir Zeki, tra i pionieri degli studi moderni sul cervello visivo, docente di Neurobiologia all’Università di Londra, ha coniato il termine Neuroestetica che studia le connessioni che lega mente, cervello e fisiologia della visione.
«Ci continuiamo a illudere di vedere con gli occhi ‒ commenta il settantasettenne studioso nato in Turchia ‒ in realtà è tutto molto più complesso di quello che pensiamo. Vermeer, Michelangelo, le celebri “pipe” surreali di Magritte, richiedono una valutazione neurobiologica; oltre all’estasi della visione c’è uno studio analitico dei gangli cerebrali che presiedono all’attività dello sguardo responsabili della produzione di quel senso di estasi che ci fa dire: questo è un capolavoro!».
A pensarci bene, di fronte alla Pietà o a una tela del Caravaggio, i meccanismi che si innescano nell’osservatore mettono in moto fatti organici, ma anche spirituali e metafisici difficili da valutare e misurare.
La neuroestetica nasce per capire qualcosa di più su come funziona il cervello, non per dire che cosa sia la bellezza, che è un’esperienza astratta, non dimentichiamolo.
Permette di indagare i meccanismi cerebrali responsabili di ciò che proviamo osservando uno splendido quadro, ascoltando una musica appassionante o anche in situazioni più raffinate, come succede ai matematici, davanti al piacere estetico di formule e teoremi.
Le applicazioni pratiche sono infinite perché se pensiamo a tutti gli operatori nel settore dell’estetica, dall’arte all’architettura, dal design all’arredo di interni che conoscendo le meccaniche del cervello attraverso la neuroestetica, potrebbero (ma lo stanno già facendo) progettare eventi, spazi, esperienze di forte impatto percettivo.
Sapendo che quel particolare colore o quel particolare materiale attiva una zona del cervello che crea una sensazione piacevole e rassicurante allora stimolandolo avremo ottenuto il risultato voluto.
Questo succede anche in altri ambiti come quello pubblicitario quando si studia una campagna marketing o uno spot televisivo dove si parla molto di neuromarketing che studia i meccanismi cerebrali dei consumatori durante i processi di acquisto mediante le tecniche di indagine psicologiche e medico-neurologiche.
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