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Achille Lauro la superstar

«L’arte è distruzione. L’arte deve suscitare qualcosa, smuovere, dividere. Il gesto che ha il fine di smuovere qualcosa è un gesto nobile. Credo che gli artisti, chi ha la possibilità di esporsi, ha un’opportunità per fare qualcosa di concreto». Il mondo di Achille Lauro non è solo trucco e trasgressione. Nel presentare la riedizione del disco Lauro dal titolo Achille Idol Superstar e la propria partecipazione a Sanremo, il cantautore romano trapiantato a Milano parla di progettualità sempre più ambiziose, dialoghi con altre forme d’arte, confronti con nuove tecnologie. «Non sono mai soddisfatto del presente ma cerco sempre il futuro»: questo il suo credo.
La filosofia sanremese di Lauro è considerare il Festival un «di cui», «una vetrina dove andare a proporre un progetto in mezzo agli altri cento dell’anno». Come è stato due anni fa con Me ne frego: «È stata una delle cose più dirompenti degli ultimi dieci anni della musica italiana, nel bene e nel male. È stata un’operazione divisiva e questa è la nostra forza: non andiamo lì per un compiacimento personale né per cercare apprezzamenti esterni, ma per portare qualcosa che nessuno ha mai fatto. Per noi è un live, è un’esposizione di quello che possiamo fare.
La canzone di quest’anno mantiene un sound estremamente popolare, ma non nel senso pop. Ripesca quel popolare si è perso e che è di tutti. Per me Rino Gaetano è popolare: è la canzone del popolo. Si chiama Domenica, il giorno della settimana in cui si è liberi, in cui ci si diverte, in cui si fa tutto quello che è bello fare. La mia musica è qualcosa che va oltre solo la canzone. Per me la musica si ascolta, si guarda, si percepisce. È un mondo che spazia ovunque». Insieme a lui sul palco ci sarà l’Harlem Gospel Choir, uno dei più celebri d’America: «Il brano era in linea con quello che potevano essere loro perché ha quel mood spensierato, da festa, un po’ corale. Non sarà un coro, ma una parte fondamentale del brano».
Nella serata dei duetti Lauro canterà Sei bellissima con Loredana Bertè: «Le strofe sono struggenti, teatrali, raccontano una dipendenza amorosa, uno svilire la donna. La trovo una canzone profonda, emozionale, con un concetto attuale».
L’obiettivo non è la competizione, ma reinventarsi continuamente: «Sento di avere una squadra perfetta che mi permette di poter andare sempre oltre. Questo non vuol dire per forza trasgredire o infrangere qualche tipo di regola, ma fare sempre qualcosa di diverso. Ripetersi potrebbe voler dire ristagnare nella propria zona comfort e non è assolutamente quello che cerchiamo di fare. Sono anni che cerco di distruggere la mia carriera tutti i giorni».
Una svolta iniziata proprio con Sanremo: «Quest’anno si chiude un percorso. Siamo entrati con Rolls Royce, un pezzo ultra-punk rivoluzionario per il panorama italiano di oggi. Nel mondo urban avevo il mio spazio e il mio pubblico. Non avevo bisogno di cambiare strada, ma non era più il mio. L’urban parla di argomenti che lascio ai ragazzi che sono ancora in periferia a vivere di riscatto. Ma io adesso cerco i palchi internazionali, cerco di portare in scena qualcosa che non esiste. Sono stato coerente con quello che sono».
L’appello che lancia è un richiamo all’espressione di se stessi: «Il problema di oggi è che ci si guarda intorno. Non intendo che non devi essere curioso, che è ciò che sta alla base della cultura, ma guardare chi ha fatto successo ed emulare. Bisogna chiedersi chi voglio essere e dove voglio andare». Estimatori e detrattori devono ammetterlo: sono domande a cui Lauro non si è mai sottratto.
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