LA MOSTRA
«Ad Astra», le stelle di Luigi Pericle

Il Museo d’arte della Svizzera italiana propone fino al 5 settembre la mostra dedicata all’artista e illustratore svizzero Luigi Pericle intitolata Luigi Pericle. Ad astra, a cura di Carole Haenser.
Quello che colpisce nell’avvicinarsi alle creazioni artistiche è la sensazione di trovarsi all’interno di una speciale macchina del tempo, non solo perché osservare queste opere ci riporta a «grafie» artistiche tipiche degli anni intorno alla metà del secolo scorso; ma anche perché, guardandole e leggendone la storia, sembra quasi che lo stesso artista fosse impegnato in una ricerca che era stata particolarmente intensa nei primi decenni del Novecento, soprattutto nei paesi di lingua e cultura tedesca.
Luigi Pericle, nato nel 1916, pare aver assorbito le inquietudini intellettuali che agitavano una parte dell’avanguardia artistica e intellettuale di quel torno d’anni. Le circa settanta opere in mostra coprono un ventennio di produzione artistica, dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta. Sono opere che esprimono una radicalità artistica che, a sua volta, trova la sua ragion d’essere nella ricerca esistenziale dell’artista, come si legge chiaramente nei testi raccolti nel catalogo che arricchisce l’esposizione. In queste opere, un attardato informale è l’espressione plastica di una ricerca personale in cui trovano eco idee, speranze, intendimenti e convinzioni che profumano, appunto, d’avanguardia storica.
Che Luigi Pericle sia stato uomo dalle profonde convinzioni, dalle quali sono discese scelte forti e intransigenti, capaci cioè di istituire momenti in cui un «prima» e un «dopo» sono nettamente distinguibili ed inaggirabili, lo dimostrano la decisione di distruggere, sul finire degli anni Cinquanta, tutta la produzione pittorica figurativa fino ad allora realizzata e, successivamente, negli anni Ottanta, quella di abbandonare la pittura per dedicarsi alla scrittura. Questa salda e lucida volontà personale si ravvisa anche nelle opere, costituite sulla base di un equilibrio compositivo evidente: non ci sono eccessi, ogni tratto è collocato entro la rappresentazione senza difficoltà, spesse pennellate si alternano senza inciampi ad esili tratti, le masse si compensano senza sforzo, armonici i pochi colori, con una certa predominanza dei toni del blu, dell’azzurro, dell’indaco, colori che nella teosofia di Steiner detengono un posto centrale.
Sono quadri in cui il vorticare dei segni organizza una superficie pittorica estremamente dinamica senza, tuttavia, scivolare nell’anarchia, perché anche per operare artisticamente bisogna conoscere «le leggi della struttura dell’immagine e il canone armonico».
Vedendo le opere e considerando il pensiero di Pericle ci si rende conto di come, in arte, termini quali progresso e regresso siano tutto sommato insufficienti. Il concetto di sviluppo cronologico va integrato con una visione «topologica», cioè il ragionare per topoi, per ambiti e temi, come ha fatto l’artista basilese.
Pericle, incurante della reazione che in quegli anni si andava organizzando alle poetiche informali, si pensi alla poetica dell’oggetto e al ritorno ad una certa figurazione, ha ritenuto che, ad esempio, le cromie di Paul Klee, i graffi e i segni di Hans Hartung o le pennellate di Franz Kline fossero ancora le forme plastiche più adatte per affrontare i problemi legati alla spiritualità, alla ricerca dell’Assoluto, al contatto con i «livelli di coscienza più elevati», alla conoscenza. Davanti allo sforzo, assiduo e serio, che Luigi Pericle ha affrontato per trovare un linguaggio che si adattasse alle sue intime esigenze comunicative poco importa che i moduli espressivi siano riconoscibili; essi sono rinnovati da quella vigile interiorizzazione che apre alla grande arte.
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