DA VEDERE
Anche le fotografie sanno parlare

È stata inaugurata ieri la decima edizione di MIA - Milan image Art Fair, la più importante fiera italiana dedicata alla fotografia. Quest’anno le 90 gallerie, italiane e straniere, occuperanno gli oltre settemila metri quadrati di Superstudio Maxi, in zona Famagosta. Come ormai nelle più importanti fiere internazionali, legate all’arte e alla creatività, all’appuntamento commerciale, che mira a soddisfare le esigenze di un «pubblico di professionisti, di collezionisti o di semplici appassionati di fotografia», si accompagnano iniziative culturali che quest’anno si concentreranno sul binomio arte e scienza (per approfondire il «rapporto tra letteratura e fotografia») e per presentare addirittura un progetto di neuroestetica fotografica. Si annuncia inoltre assai interessante un’altra collaborazione che si sposta poco oltre i confini nazionali, aperta con il Musec (il Museo delle Culture di Lugano), per la realizzazione di una mostra dal titolo Artificial Japan. Fotografie della scuola di Yokohama. 1860-1910. A Yokohama, a metà Ottocento, si sviluppò, per espandersi poi in tutto il Giappone, la pratica di arricchire e rifinire con colori dati a pennello le fotografie che ritraevano paesaggi e luoghi del paese; questi primi fotoritocchi erano quindi venduti ai turisti occidentali. Questa mostra può sicuramente essere un’occasione di approfondimento per chi già abbia una conoscenza della storia della fotografia o per iniziare, in modo un po’ eccentrico - diciamolo -, un percorso di “alfabetizzazione” alla fotografia (come lo chiamerebbe Italo Zannier, uno dei più noti fotografi e storici della fotografia italiani). Un’alfabetizzazione che consentirebbe di meglio comprendere anche i cartelloni pubblicitari che oramai fanno parte se non del decoro, sicuramente del nostro ambiente urbano. Inoltre, dagli schermi piccoli dei cellulari, grandi dei televisori o enormi del cinema esondano centinaia di immagini ogni giorno che raccontano qualsiasi cosa, ma non sempre tutto. Pertanto, le fotografie, la televisione, i film, i video, insomma le immagini, sono ormai divenute presenza globale, costante e ritenuta - a torto - banale del nostro vivere quotidiano; una presunta banalità che, tuttavia, nasconde come esse siano in verità sempre più strettamente legate alla nostra conoscenza e alle modalità con cui quest’ultima ci viene incontro. Le fotografie non descrivono solo qualcosa in un modo che appare oggettivo, non sono un «semplice documento» (ammesso che i documenti siano semplici) di quel qualcosa che vediamo ritratto, ma trasportano messaggi e lo fanno con particolari modalità che possono anche essere non evidenti, attraverso codici, tradizionali o innovativi, consapevoli o no che siano, ciascuno dei quali sottintende mondi e visioni specifici capaci di condizionare il modo in cui noi riceviamo l’immagine. È perciò importante rendersi conto che possedere una cultura fotografica, ma più in generale dell’immagine, non è più solo una opportunità da specialisti, professionisti o cultori, ma avere i rudimenti circa la “grammatica” e le modalità operative della fotografia -essere alfabetizzati, insomma-, è oggi un’esigenza per poter comprendere ed interpretare meglio il mondo che ci circonda, perché come sosteneva un artista rigoroso, avanguardista e fotografo sperimentatore, l’ungherese László Moholy-Nagy, «l’illetterato del futuro sarà chi non conosce la fotografia, come oggi chi non conosce la letteratura».
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