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Carrà e Martini: un nuovo linguaggio

Un’atmosfera metafisica e visionaria quella emanata da La casa dell’amore, una delle prime acqueforti di Carlo Carrà (1922) che sfocerà poi nel dipinto omonimo conservato alla Pinacoteca di Brera.
Con questa e altre opere grafiche degli anni Venti, caratterizzate dalla meditazione sulla pittura di Giotto e del primo Rinascimento, inizia il percorso della mostra, che inaugura la stagione espositiva del Museo del Paesaggio a Verbania. Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione. L’opera grafica a cura di Elena Pontiggia e di Federica Rabai, presenta circa 90 lavori provenienti dalla collezione del museo e da una collezione privata milanese.
Per Carrà l’incisione costituisce essenzialmente un momento di verifica e di sistematico ripensamento della produzione pittorica, ma anche, come scrive Pontiggia, «uno struggente album dei ricordi». Nelle prime litografie, Carrà adotta un segno sintetico, duro, per raccontare un mondo fatto di figure e luoghi sottratti al tempo, un paesaggio che si trasforma in «un poema pieno di spazio e di sogno».
Durate la seconda guerra mondiale, sfollato a Corenno Plinio sul lago di Como, attraverso la litografia dà vita a un paesaggio trasognato, immerso in una quiete irreale. Accanto all’opera grafica di Carrà in mostra sono esposti fogli di Arturo Martini.
All’apice della carriera di scultore, Martini decide di abbandonare marmo e bronzo per intraprendere la via della pittura. «Mi par d’aver trovato con questa nuova speranza la vita, perché di scultura non ne potevo più, ero nauseato». Seguono dieci anni di duro lavoro («Forse dipingerò sempre anche se questo mi porterà come un tempo alla miseria»), coronati dal successo della personale organizzata nel febbraio del 1940 alla Galleria Barbaroux di Milano.
In mostra circa quaranta opere comprese tra il 1921 e il 1945, tra cui alcune incisioni della collezione del museo di Verbania realizzate a Blevio, sul lago di Como, insieme a un piccolo ciclo di sculture. Non manca nel percorso espositivo un sguardo sulla produzione scultorea di Martini e su quella più propriamente pittorica, per rafforzare il tema della differenza tra disegno e realizzazione finale delle opere. Mito e invenzione accomunano la ricerca grafica dei due artisti, come sottolinea il titolo della mostra, perché, scrive Pontiggia, «solo il mito esprime il mistero delle cose. E tutte le cose, se sono pensate nel loro mistero, acquistano una dimensione mitica».
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