L’INTERVISTA ALL’ESPERTO
Ecco chi è il Maestro della Pala Sforzesca

Nei primi anni del Cinquecento a Vigevano, mentre su commissione del maresciallo Trivulzio si tessevano gli Arazzi dei Mesi su disegno del Bramantino (oggi custoditi al Castello Sforzesco di Milano), venivano scolpiti e dipinti due gruppi scultorei straordinari: l’Ancona di San Giuseppe dalla chiesa della Madonna dei Sette Dolori e il Compianto di San Dionigi.
Entrambi rimasti un po’ ai margini degli studi specialistici, a seguito di interventi di restauro, indagini scientifiche e documentarie sono ora esposti a Milano in una mostra, curata da Claudio Salsi. I due gruppi sono accostati a opere milanesi contemporanee. Un’occasione per approfondire un periodo di florida produzione artistica nel territorio lombardo tra l’epoca di Ludovico il Moro, la dominazione francese e il momento dell’ultimo duca Francesco II Sforza. Con lo scioglimento di un enigma della storia dell’arte lombarda (e italiana), grazie allo studioso varesino e docente dell’Università Cattolica di Milano e Brescia Carlo Cairati, che incrociando documenti e opere ha identificato il Maestro della Pala Sforzesca, artista finora anonimo, così chiamato dalla sua opera principale, una grande tavola destinata alla chiesa milanese di Sant’Ambrogio ad Nemus e conservata ora a Brera. Lo abbiamo incontrato.
Cairati, chi è questo maestro?
«Il suo nome è Giovanni Angelo Mirofoli da Seregno. Si potrebbe rimanere delusi, non è uno dei nomi altisonanti di leonardeschi milanesi, tuttavia è un artista titolare di una grossissima bottega già avviata, insieme al fratello, vent’anni prima della pala braidense. È un pittore della «civiltà degli ori lombardi», evocata da Roberto Longhi, un decoratore che ha il gusto dei dettagli e delle lavorazioni preziose».
Dove fu attivo?
«Dai documenti lo sappiamo attivo nei grandi cantieri dell’età di Ludovico il Moro (gli affreschi del tiburio della chiesa di Santa Maria presso san Satiro e di Santa Maria presso San Celso), e legato allo stesso duca, in sodalizio con Bernardo Zenale (che, stando alle fonti, avrebbe lavorato anche a Varese) e con Francesco Napoletano. Nelle ante dell’organo del Duomo di Milano, oggi purtroppo perdute, ritrasse Gian Galeazzo Maria Sforza e Ludovico il Moro con la veste di broccato d’oro, un indizio iconografico molto affascinante che porta vicino alla veste del duca nella Pala Sforzesca. Le sue ultime attestazioni risalgono al 1527: un pittore longevo, suocero dell’intagliatore Andrea da Corbetta (sposò la figlia Lucia), noto per essere l’autore dei gruppi lignei della Deposizione e dell’Ultima Cena al Santuario di Saronno».
Si può sapere qualcosa di più sui rapporti di questo artista con Leonardo?
«Ho rintracciato un documento su Leonardo che è ancora top secret e che testimonia rapporti stretti tra i due pittori nei primissimi anni del soggiorno del fiorentino a Milano; questo è uno dei dati che mi ha permesso sul fronte documentario di identificare Giovanni Angelo Mirofoli con l’autore della pala braidense. La prova del nove stilistica, invece, è giunta da Vigevano. Posso anticipare che il documento inedito non è relativo a commissioni artistiche ma rivela un Leonardo più intimo, mostrandocelo sotto un’altra prospettiva: non solo il geniale artista intento a dipingere per gli Sforza e per la corte e a progettare scenografie per le feste ducali, ma un uomo profondamente calato nel contesto milanese. Insomma, una testimonianza che rompe un po’ il grande mito del Leonardo cortigiano...»
La mostra indaga il contesto delle corti di Vigevano e Milano. Cosa accade a Varese nel frattempo?
«Negli studi sulla scultura lignea rinascimentale lombarda Varese occupa un posto d’onore per quanto riguarda il cantiere di Santa Maria del Monte, legato alla committenza sforzesca. Ci sono numerosi documenti relativi a eventi miracolosi accaduti dopo la morte di Caterina da Pallanza in cui compaiono come testimoni gli intagliatori che da tempo si legge - lavoravano all’arredo interno della basilica: nomi importanti come Giacomo del Maino, Giovanni Pietro De Donati, Bartolomeo da Como, Ambrogio d’Angera, Bernardino Maggi e Bernardino Porro di Lentate. Il fiore all’occhiello di questa fabbrica è il grandioso «tabernaculum» che troneggiava al centro dell’abside del santuario. Non bisogna dimenticare, però, che tra Quattro e Cinquecento in città e nel territorio è realizzata una serie di altre opere uscite dalle principali botteghe di scultori e intagliatori, attivi anche a Vigevano e Milano, come i De Donati, Andrea da Corbetta e la sua famiglia, e Giovanni Angelo del Maino, autore della perduta ancona per San Francesco a Varese».
Un ritratto particolare vivace
«Sì, si tratta di un panorama particolarmente dinamico e di un patrimonio importante: le opere varesine - che non sono in mostra - sono state d’aiuto negli studi relativi alla scultura lomellina, ad esempio nell’attribuzione dell’ancona di San Giuseppe nella basilica di Mortara, restituita ad Andrea da Corbetta, all’inizio della sua attività. Mi chiedo chissà quali e quanti tesori si conservano ancora nelle nostre chiese o passano inosservati, in attesa di una loro riscoperta e valorizzazione».
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