DA FARE
Gli scheletri apparsi nella cripta

Nel Varesotto ci sono gioielli un po’ nascosti, ma che raccontano storie uniche e ricche di fascino e mistero. Come ad Azzio, borgo della Valcuvia situato nel comprensorio del Campo dei Fiori, dov’è stata effettuata una scoperta pressoché unica nel nord Italia.
Si sta parlando della chiesa di Sant’Antonio e Sant’Eusebio che, nel 1608 gli acciesi donarono a un gruppo di frati francescani, assieme ai terreni dove venne eretto il Convento. La chiesa fu consacrata il 7 luglio 1624 e per i decenni successivi l’attività dei frati riguardava anche il campo della cultura, oltre che dell’insegnamento, attività testimoniata dalla presenza di una scuola e di una biblioteca composta da circa 1200 volumi, soprattutto di argomento religioso, ma comprendente anche un consistente numero di testi di grammatica, storia e filosofia. Come ricorda il parroco don Emanuele Borroni nell’introduzione della relazione intitolata «In preparazione al restauro della chiesa del ‘convento’», i frati «nominati erano religiosi che da poco si erano riformati alla primitiva regola che il Giovanotto assisano, tanto somigliante a Cristo, aveva praticato per sé e consigliato ai suoi imitatori. Il loro carisma aveva affascinato tanto i nostri avi, da sempre come ogni uomo alla ricerca del vero e del bene, che avevano deciso di averli come memoria di Gesù fra loro. E così in breve tempo si edificò con ingegno e ardore una comunità di vita religiosa che diventò da subito richiamo di vita e speranza per tutto il circondario».
Il convento, però, fu soppresso nel maggio 1810 dai Francesi e venduto all’asta con la chiesa e i suoi arredi. Ma, come in una sorta di risurrezione, il complesso religioso è stato recentemente al centro di una serie di studi e progetti di riqualificazione, dovuti a un ritrovamento avvenuto dieci anni fa a seguito di alcuni lavori di rifacimento del pavimento: «Sostanzialmente - racconta Marta Licata, responsabile del progetto e coordinatore del Centro di ricerca in Osteoarcheologia e Paleopatologia presso l’università dell’Insubria - nella cripta sotto la pavimentazione dell’altare maggiore emersero anche sedici nicchie verticali dove, dal Seicento fino a metà del Settecento, i frati francescani venivano sepolti in posizione seduta e poi murati». Questa usanza, tipica nel sud Italia, è invece inedita nel nord e quindi ha attirato l’attenzione degli studiosi: «La ritualità della doppia sepoltura prevedeva che i resti del corpo - aggiunge la professoressa Licata - quando arrivavano a una sorta di mummificazione, venivano poi deposti in un altro luogo». Scavando e scavando, i ricercatori hanno infatti trovato, sempre nel Convento di Azzio una seconda camera mortuaria, ovvero un ossario comune.
«Il nostro progetto - dice ancora l’esperta - ha previsto un recupero archeologico e uno studio antropologico, dove abbiamo ricostruito il profilo biologico di ogni frate. I resti trovati ancora seduti sono rimasti in quella posizione per secoli, perché a un certo punto il convento fu dismesso e, quindi, nessuno portò avanti questa tradizione». Finché, appunto, dalle ceneri del passato, non sono arrivati i ricercatori del 200, a partire dall’assegnista su Azzio, Omar Larentis, che stanno portando avanti un progetto di valorizzazione turistica, attraverso la musealizzazione all’interno di un percorso tematico di bio-archeologia e arte funeraria, che comprende anche le ricerche su San Biagio a Cittiglio e su Sant’Agostino a Caravate. Insomma, un bel progetto per valorizzare un luogo dove la memoria e la tradizione sono tramandate anche dalla preziosa attività della Pro loco di Azzio, guidata dal presidente Michele Castelletti.
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