LA MOSTRA A VERCELLI
I prodigi di bellezza di Francesco Messina

Francesco Messina nacque a Linguaglossa (nome di per sé curiosissimo), in provincia di Catania, il 15 dicembre 1900, la famiglia si trasferì l’anno seguente a Genova dove Francesco visse fin verso i trent’anni, epoca in cui si spostò a Milano per rimanervi fino alla morte, occorsa il 13 settembre del 1995.
Francesco Messina è forse un nome meno conosciuto di altri; eppure è stato un gigante della cultura artistica novecentesca, non solo italiana ma europea e internazionale (di lui hanno scritto personaggi come Carrà, Chiara, Cocteau, De Chirico, d’Ors, Montale, Montanelli, Quasimodo, Scheiwiller, Sgarbi e altri). Egli è stato scultore. E la scultura è stato il suo linguaggio, non l’unico ma il prediletto.
A Milano si può visitare il suo museo-studio (‘museo’, perché ospita la collezione permanente delle opere che lo stesso Messina donò al capoluogo lombardo, e studio, perché lì lavorò dagli anni Settanta fino alla morte) ricavato nell’ex chiesa di San Sisto, nel cuore della Milano romana, non distante da piazza Duomo. Ma fino al 27 febbraio è possibile andare a Vercelli e assaporare in diverse sedi (ARCA, Palazzo Arcivescovile, ex Chiesa di San Vittore) un’imponente retrospettiva di questo scultore, intitolata Francesco Messina. Prodigi di bellezza e voluta da Comune e Arcidiocesi, che raccoglie 120 opere, capaci di dare il senso dell’attività artistica dello scultore. Nell’ARCA, ad esempio, sono presentati i suoi famosi cavalli, uno dei soggetti preferiti dal Messina unitamente al corpo umano (soprattutto femminile). Nella forma equina lo scultore ha visto e saputo trasporre la vigoria selvaggia e dinamica della vita, del movimento; in queste forme naturali trasfigurate, nei corpi quasi scarnificati di alcuni esemplari di questo equino armento è raccontata la presenza della vita lottatrice attraverso le loro pose ma soprattutto il segno impresso delle dita che plasmano e quasi feriscono la materia; e su queste cicatrici la luce scorre, ora rapida sulle politure ora rallentata dalle scabrosità, in perfetta armonia con la forma. Vi sono, poi, nel Palazzo Arcivescovile e nell’ex chiesa di San Vittore, le opere di carattere religioso tra cui spicca il bozzetto per il monumento a papa Pio XII, in cui, sulle parti del corpo lasciate nude dai paludamenti, agisce la stessa mano creatrice dei cavalli che qui immobilizza nel manto trattenuto l’esuberanza fisica lasciandola, tuttavia, fluire nella gravitas del viso e nella sicurezza del gesto benedicente.
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