AL MUSEO DIOCESANO
Il bacio di Giuda e le ferite della guerra
L’opera del varesino d’adozione Giuseppe Montanari icona della mostra allestita a Milano sulla Passione

E’ un’opera di Giuseppe Montanari, marchigiano ma varesino d’adozione (si trasferì a Varese nel 1919 e non se ne andò più) l’opera “icona” della mostra La Passione. Arte italiana del ‘900 dai Musei Vaticani. Da Manzù a Guttuso, da Casorati a Carrà, allestita al Museo Diocesano di Milano e curata dalla direttriceNadia Righi e da Micol Forti, responsabile della collezione vaticana. La mostra presenta una quarantina di lavori di artisti del secolo breve, tutti dedicati alla passione di Cristo e provenienti dai Musei vaticani.
Tra queste il Bacio di Giuda, dipinto da Montanari nel 1918, durante un periodo di convalescenza per le ferite di guerra. Discostandosi dall’iconografia tradizionale, Montanari si concentra sulle figure di Giuda e Gesù, immersi in un paesaggio notturno, immobile e silenzioso. Il traditore si alza sulle punte dei piedi, come un gigante ingobbito, e abbandona le braccia lungo i fianchi, consapevole di non potere più abbracciare il Maestro. Dentro questa immagine potente si respira il senso della follia e del dramma della guerra, vissuta in prima persona dall’artista.
Simile la denuncia di Ottone Rosai, che nel corso della seconda guerra mondiale si ritrae inchiodato sulla croce, in giacca e cravatta, con alle spalle una moderna Gerusalemme che brucia, a ricordare i bombardamenti aerei che devastavano le città d’Italia e d’Europa. Esprimono dolore e sofferenza la mano del crocifisso di Renato Guttuso, bozzetto preparatorio per la grande Crocifissione del 1941, e la Deposizione di Felice Carena, dono a papa Paolo VI dopo il suo celebre discorso agli artisti del 1964: una tela che Montini amava contemplare, davanti alla quale sostava a pregare. Un atteggiamento di meditazione e contemplazione richiedono tutte le opere in mostra, dalla Crocifissione di Casorati a quella di Gerardo Dottori, tra le prime opere di Arte Sacra Futurista, dal Crocifisso bronzeo di Giacomo Manzù del 1937, al bassorilievo in gesso di Marino Marini del 1939. Pur nelle differenze di sensibilità e percorsi artistici, attraverso le opere esposte è possibile – scrive Nadia Righi nel saggio in catalogo – “scorgere un fil rouge, costituito da una tensione spirituale mai sopita, presente in ogni uomo indipendentemente dalla propria fede”.
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