ARTE
Il dialogo tra immagini e pittura

Si dice - e non vanamente - che al giorno d’oggi una quantità pressoché infinita di immagini (manifesti, video, immagini digitali…) ci assedi senza concederci requie. Alcune, ma non poche, di queste immagini ce le portiamo in tasca, direi quasi letteralmente, stipate nei nostri telefonini ed è esperienza comune quella di dover cancellarne a blocchi per liberare spazio (prezioso anche quando è immateriale) nella memoria dei nostri dispostivi.
Rende bene l’idea di questo assedio visuale un’installazione stupefacente, nella sua semplicità, dell’artista olandese Erik Kessels, 24HRS in Photos, che consiste nello stampare le oltre un milione di fotografie caricate in 24 ore sulla piattaforma Flickr e accumularle in una stanza: a vederle paiono una specie di mare nel quale, come dice l’artista, si può annegare. D’altro canto a questo profluvio di immagini corrisponde una pratica intercambiabilità delle stesse. Le immagini che i mezzi di comunicazione ci presentano sono altamente standardizzate: esse paiono non avere altro scopo che riempire gli spazi che la cronaca o il racconto disertano; fungere, insomma, da marcatore visivo della notizia, niente più che una tag, un’etichetta, secondo una logica pubblicitaria ben nota: un solo messaggio, veicolato nel modo più immediato e semplice. Non è un mistero che esistano dei repertori di immagini nei quali, attraverso una ricerca per parole chiave, si possono trovare decine, centinaia, di fotografie corrispondenti tra le quali scegliere quella che più aggrada. Nella desolazione di questo scenario la fotografia artistica, critica - che distingue e si lascia distinguere - ha il dovere di ritagliare uno spazio di riflessione e di analisi che si sforzi di afferrare la realtà, proponendola se non problematizzata almeno aperta alla questione. Una fotografia che si opponga al mare vorticoso e al torrente impetuoso della produzione d’immagini dei media, come uno dei più importanti artisti visuali contemporanei, il cileno Alfredo Jaar, ha sintetizzato in una sua opera presentata a Documenta 2002, Lament of the images, dove una potente luce emerge da uno schermo bianco, accecando lo spettatore e sottolinenando come il flusso visuale al quale siamo sottoposti altro non fa che renderci ciechi all’immagine stessa, altro non è che eloquente assenza di immagini.
Sono invece assenze evocate, più votate ad una ricerca esteticamente rilevante, quelle di cui si compongono le opere di Maurizio Gabbana presentate, a cura di Carla Tocchetti, al Battistero di Velate (dal 8 al 23 maggio). In queste fotografie ciò che non si vede non è assente: è, più propriamente, celato alla vista, riconoscibile ma privato delle caratteristiche più appariscenti e usuali. È sintetizzato in pochi tratti, nascosto dietro questi. Un nascondimento che, infine, valorizza nel fruitore una presa di coscienza: quella d’essere al cospetto di una fotografia.
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