CAPI UNICI
Vestiti vintage e sentiti un’icona
Il fenomeno piace soprattutto a Millenials e Generazione Z

Potrebbe suonare paradossale, ma sono proprio i più giovani i protagonisti del nuovo successo del mercato vintage. Millennials e GenZ sembrano infatti essere le generazioni più interessate a questo fenomeno. I motivi sono certamente tanti e disparati, a partire dall’attenzione per la sostenibilità ambientale e sociale fino ad arrivare a considerazioni di carattere economico. In effetti, se consideriamo più in generale interessi e caratteristiche delle nuove generazioni, non dovrebbe sembrarci così strano che sempre più giovani preferiscano scovare chicche uniche negli armadi delle nonne, piuttosto che acquistare capi prodotti in serie da case di fast fashion.
Per iniziare, cerchiamo di capire meglio cosa si intenda con la categoria vintage, parola oggi molto usata, ma forse spesso a sproposito. C’è infatti una differenza fondamentale tra second hand (o usato) e vintage, dal momento che un capo, un oggetto o un accessorio devono avere specifiche caratteristiche per essere considerati tali. In particolare, per quanto riguarda la moda, si possono definire vintage i capi prodotti a partire dagli anni Venti, che abbiano almeno vent’anni di vita, con un’ottima manifattura e qualità dei materiali. Già da questa definizione preliminare possiamo capire meglio perché siano sempre di più le persone che si interessano a questo campo, certamente tra i giovani, ma anche tutti coloro che vogliono ricercare uno stile particolare e sofisticato, fuori dagli schemi ripetitivi delle catene di moda. Una delle peculiarità più amate dei pezzi vintage è infatti la loro unicità: a differenza dei capi nuovi, che vengono prodotti in serie, nel vintage ogni capo, oltre ad avere una propria speciale storia, è spesso da considerarsi un pezzo unico. Questo aspetto, mentre per alcuni costituisce una difficoltà, in quanto è difficile per esempio trovare la taglia perfetta, per molti amanti del genere è invece fonte di grande attrattiva. Anche il processo di ricerca ha infatti una grande importanza: cercare negli armadi, girare mercatini, trovare oggetti che possono raccontarci le storie dei loro precedenti proprietari, diventa un’esperienza con un valore proprio, del tutto imparagonabile al semplice acquisto. È chiaro qui il contributo di una certa componente emotiva e nostalgica, motivo per cui i capi usati sono spesso definiti “pre-loved”, a testimoniare la cura necessaria per conservare un capo, ma anche ad attribuire ad esso un carattere speciale di eccezionalità.
Oltre al valore affettivo e romantico in gioco, sono altrettante le ragioni per cui comprare vintage o second hand, si rivela una scelta eticamente condivisibile. A questo proposito, non è nuovo che siano le generazioni più giovani ad aver sviluppato una maggiore attenzione non solo per l’emergenza climatica, ma anche per le condizioni dei lavoratori impiegati nella produzione del fast fashion. Comprare vintage riduce drasticamente le emissioni legate alla fabbricazione, permette di prolungare la vita dei capi e di far rientrare in commercio oggetti già esistenti, avvicinandosi all’idea di un’economia circolare.
Sarebbe però fuorviante pensare che chi intraprende questo stile di vita sacrifichi il desiderio di essere alla moda per più nobili intenti. Al contrario, comprare vintage è spesso sinonimo di moda anche per i più giovani, tra i quali la tendenza sembra essere comprare meno capi, più ricercati e ben realizzati. Se circa il 47% dei nati dagli anni Novanta in poi dichiara di comprare, almeno in parte, abiti vintage e second hand non è dunque esclusivamente per ragioni economiche o legate ad una maggiore eco-consapevolezza, ma piuttosto perché esso si sta affermando sempre più come mercato alternativo da cui attingere per esprimere più creativamente la propria identità anche e soprattutto attraverso la moda, di contro alla crescente omologazione delle grandi catene.
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