VIAGGI SELVATICI
In metro, a Mosca

Il signore col colbacco e le rose arrotolate in un giornale. La donna col cappello a forma di un bizzarro fungo bianco, addormentata sulle panchine dell’Arbatskaja. Le ragazze coi vestiti stracciati e i capelli verdi. Il muratore in camicia, le mani rotte, all’uscita della Tret’jakovskaja, a quindici sottozero.
I visi a Mosca scompaiono in una fiumana che si incanala nelle mille e una tane sotterranee della città. Ci si guarda intensamente, per poco più di cinque secondi, prima che la scala mobile tiri dritto nella sua direzione e l’altra persona esca dalla nostra visuale.
Si inganna la noia, il soffocare nel caldo dei riscaldamenti quando fuori si congela, il caos calmo dell’ora di punta. Ci si addentra in quel labirinto di cunicoli sferraglianti, come una discesa agli inferi, mentre gli altri passeggeri tornano al mondo reale, di gelo e neve e bufera.
La metro è una città parallela, immensa, dove tutti si sfiorano, si accarezzano con gli sguardi, sapendo di non lasciare alcuna traccia: la città sotterranea inghiottirà la loro immagine per sempre.
Una persona qualsiasi trascorre decine di ore al mese nella metro di Mosca. Conosce ogni sottopassaggio a memoria, eppure ad ogni stazione si spalancano ogni volta nuovi universi. Lampadari poderosi, mosaici dorati, fregi, splendide arcate in pietra, affreschi di messi, bestiame, macchinari della propaganda staliniana.
Persino vetrate retroilluminate e motivi decorativi che rimandano ora all’aviazione, ora alla chimica, ora al balletto, alla scienza e alla cultura. A volte si ha la sensazione di stare in un museo, a volte in una vera e propria città, a volte in un palazzo degli zar. Accompagnati, sempre e comunque, da un vortice umano che travolge, emoziona, ammalia.
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