L’ALPINISTA
La felicità sta in «Diciotto Castagne»
Mario Curnis si racconta in un libro: la montagna medicina per guarire da tutto

Ha chiesto aiuto alla montagna. E «ho trovato la felicità». Non solo guarendo da una depressione a seguito del fallimento della sua impresa edile con conseguenze che hanno polverizzato il lavoro di una vita segnata da povertà e fatica. Non solo guarendo da un tumore che gli fu diagnosticato solo un anno dopo, nel 2011.
La scelta, a seguito di quei due colpi durissimi, di andare in montagna con cento capre e i farmaci necessari e vivendo da eremita per un anno, tenendo un diario su cui ha registrato le proprie esperienze è solo uno dei capitoli di quelle Diciotto castagne che danno il titolo al libro pubblicato da Rizzoli scritto da Mario Curnis, tra i più grandi alpinisti e scalatori viventi, che ha affrontato scalate nelle Dolomiti, nel gruppo dell’Adamello e Presanella, del Bernina, in Bregaglia, nelle Alpi svizzere e nelle Orobie. E che, oltre ad aver partecipato fin dai primi Anni Sessanta a spedizioni alle Ande e in Himalaya, a 66 anni, nel 2002, ha toccato la cima dell’Everest con Simone Moro. Diciotto come diciotto erano le castagne, «pane della mia famiglia durante tutta la mia infanzia e giovinezza: per questo guardale mi dà sempre qualche emozione», che sua madre gli metteva nel sacchetto del pranzo, assieme a un po’ di pane, quando a tredici anni aveva iniziato a lavorare a Bergamo, in un cantiere.
Nato a Nembro e settimo di otto figli, Mario Curnis oggi vive con la moglie Rosanna in una baita lontana da tutto e raggiungibile solo con un’ora e mezza di cammino, immersa nel verde nella frazione di San Vito. «Al mattino, quando guardo alla finestra, mi sento felice e fortunato», scrive in questo libro che è il racconto della sua vita, della vita di un uomo con i suoi momenti bui e le sue gioie, un inno all’amicizia, un omaggio alla natura incontaminata e alle sue bellezze. E dove racconta del silenzio, dell’aria e dei colori dove vive oggi e dove, scrive ancora, con la moglie «siamo coinquilini degli animali e delle piante attorno, abitiamo qui senza più diritti di quanti ne abbiano loro». E con la montagna che nella sua vita «ha rappresentato la libertà, la possibilità di pensare e fare quello che volevo dove volevo. In montagna mi sono sentito libero di salire, scendere, affrontare la cima oppure no, senza rendere conto ad altri che a me stesso».
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