IN MOSTRA
La misura e la grazia dell’abitare

L’iscrizione all’università Statale fa sì che Caterina Corni si trasferisca da Castelletto Sopra Ticino a Milano senza per questo mai elidere i legami con il suo paese. A tutt’oggi torna regolarmente a fare visita a genitori e amici d’infanzia. Abbiamo incontrato Caterina nello studio del padre Azelio, stimato artista, situati all’interno dell’ex filatoio in centro paese, luogo talmente suggestivo tanto da avere l’impressione di trovarsi in un loft newyorkese. Oggi Corni è la curatrice della mostra «Mario Gottardi: La misura e la grazia dell’abitare» allestita al Gad Art District al alla Giudecca nell’ambito degli eventi collaterali della 17esima Mostra Internazionale di Architettura a Venezia.
Come è nato il progetto di dedicarsi all’archivio storico dell’architetto Mario Gottardi e al tempo stesso curare la mostra a lui dedicata.
«L’opportunità della Biennale nasce in maniera casuale. A casa di amici ho visto una poltrona dal design raffinatissimo, ho saputo dal proprietario che era di Mario Gottardi. Incuriosita ho iniziato a fare ricerche rendendomi conto che nessuno aveva mai storicizzato il suo lavoro. Ho così iniziato un percorso di archiviazione che mi ha portato nel 2013, per il centenario della nascita, ad una sua mostra presso la Triennale di Milano. Quell’evento ha messo in moto gli interessi di gallerie, collezionisti e case d’aste fino a quando poco tempo fa ho ricevuto una telefonata da un curatore veneziano che mi ha messo a disposizione il suo spazio alla Giudecca per una mostra dedicata a Gottardi nel contesto della Biennale di Architettura. Ovviamente ne sono lusingata in quanto significa che il mio lavoro di ricerca non è andato perduto».
Quanto è stato importante crescere in un ambiente dove arte e cultura sono state e sono la componente naturale della sua famiglia. Suo padre artista, suo fratello Umberto fotografo professionista, sua mamma Bruna appassionata lettrice di classici e custode dei preziosi cataloghi d’arte che compongono la vostra biblioteca?
«Credo sia stato fondamentale, se non fossi nata e cresciuta in una famiglia come la mia la passione per l’arte non sarebbe mai nata e non si sarebbe mai sviluppata. Ho fatto dell’arte il mio lavoro e ne sono felice. E quando affermo che l’arte appartiene alla mia quotidianità è perché questa ha da sempre fatto parte della mia vita».
Com’è diventata curatrice?
«Quando ero al liceo e mi cimentavo con la pittura, mio padre puntualmente mi diceva di lasciare stare, così ho capito che non ero portata per il disegno, a tal punto ho pensato di spostarmi dall’altra parte della barricata e di conseguenza non essendo in grado di fare l’artista l’altra opportunità era fare la critica d’arte e la curatrice ».
Da curatrice non si è limitata alle classiche mostre di pittura e scultura ma ha abbinato a queste discipline temi sociali.
«Forse un po’ arrogantemente mi sono sempre considerata una outsider. Sono uscita di casa quando ho iniziato a frequentare l’università, questo ha comportato il fatto che, al di la degli aiuti delle mia famiglia, mi sono sentita in dovere di lavorare. Ho iniziato al book shop di Palazzo Reale, poi per diversi anni alla storica Galleria Lattuada. In quell’ambito ho avuto giovanissima la fortuna di incontrare curatori e critici di alta levatura culturale, al tempo stesso mi sono resa conto che se pure molto preparati non andavano oltre alle specificità dei loro settori così ho deciso che nel momento in cui avrei iniziato a lavorare autonomamente avrei evitato qualsiasi forma di costrizione. L’interesse per l’arte sociale è nata a Londra dove, per un anno, mi ero recata per studiare. Di fronte a dove abitavo c’era un laboratorio di pittura per persone con problemi a livello psichico, qui ho maturato un percorso di ricerca su quel tema. Tornata a Milano ho avviato una collaborazione con uno studio medico pluridisciplinare che aveva fondato un’associazione il cui scopo era portare avanti un discorso di arte terapia, proponendo mostre con precise finalità sociali, culturali e terapeutiche».
Una sola parola: India.
«Il mio interesse per quel Paese e la sua arte nasce da un viaggio che feci con il mio ex fidanzato che aveva avuto l’incarico da uno scrittore inglese, di documentare le chiese cristiane nel Kerala, da quell’esperienza è nato il mio profondo amore e il desiderio di conoscere artisti, frequentare gallerie d’arte, accademie interessandomi di arte contemporanea e tribale»
Questa esperienza le ha portato a curare mostre in Italia e all’estero.
«La prima mostra museale di arte indiana è stata al Museo delle Culture a Lugano nel 2015 dedicata a Jamini Roy, il più significativo artista di arte indiana che ha saputo fondere l’arte tribale del suo paese con l’arte contemporanea. In seguito ho lavorato per un collezionista indiano di levatura internazionale, questo mi ha permesso di frequentare prestigiose gallerie d’arte e al contempo scoprire giovani artisti dei quali ho poi curato mostre in Italia».
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