LA TELA DI VELAZQUEZ
Il sontuoso ritratto di Mariana

Ostinata e pertinace Allemanna»: così veniva definita Maria Anna (Mariana) d’Austria, andata in sposa allo zio Filippo IV nel 1649, a soli 14 anni. Il re di Spagna all’epoca era vedovo della bellissima e diletta moglie, Isabella di Borbone, e di anni ne aveva quarantaquattro. Il portamento austero e l’espressione del volto seria di Mariana nascondevano in realtà il peso di questo matrimonio, la giovinezza mancata e la pressione per un erede maschio che non arrivava. Questa maschera di ghiaccio non risultò impenetrabile al più fine e acuto ritrattista della corte spagnola, Diego Rodriguez de Silva y Velázquez (1599-1660), obbligato dal re a rientrare da Roma (dove era stato inviato per acquistare opere d’arte destinate ad arredare i palazzi e arricchire le collezioni reali), per aggiornare la galleria dei ritratti reali. Ma al suo arrivo a corte Mariana aspettava un figlio - Margherita, futura protagonista de Las Meninas, capolavoro del maestro di Siviglia – e Velázquez dovette attendere per realizzarne il ritratto, che solo nel dicembre 1652 venne inviato a Vienna, secondo richiesta dell’imperatore, padre di Mariana.
La sontuosa tela, alta più di due metri, uno degli capolavori maturi del “pittore dei pittori” – sono parole di Édouard Manet - è arrivata dal Prado di Madrid per essere esposta durante l’estate all’Accademia Carrara di Bergamo, a fianco del Ritratto di un giovane fanciullo (l’Infante Balthasar Carlos ?), attribuito all’ambito di Velázquez e appartenente alla collezione bergamasca. Si tratta di un appuntamento della serie dedicata ai grandi protagonisti della pittura europea, a cura di Maria Cristina Rodeschini, occasione per una riflessione a tutto tondo sul dipinto, grazie alla collaborazione con la Fondazione Arte della Seta Lisio di Firenze (fondazionelisio.org) e con studiosi di diverse discipline, Gian Luca Bovenzi (tessuti), Paola d’Alena (lavorazioni ad ago), Patrizia Lia (acconciature), Chiara Maggioni (gioielli), Giorgio Re (moda contemporanea) e Alessio Francesco Palmieri-Marinoni (aspetti vestimentari).
Con la sua pennellata fresca e una sapienza cromatica unica, nell’uso di toni neri, grigi, argentati e rossi, Velázquez segue i dettami del ritratto ufficiale di corte, inserendo elementi irrinunciabili, come la sontuosa tenda-sipario, di un croccante taffetas rosaceo, il candido fazzoletto da mano, il tavolo su cui troneggia un orologio-tabernacolo.
Ma il vero protagonista del dipinto, quasi ritratto nel ritratto, è l’abito della regina, insieme al corredo di gioielli che ne accresce la sontuosità. Una moda che si diffonde presto in Europa, in particolare tra Milano e Genova, le prime che ne subiscono il fascino, come dimostrano numerosi ritratti femminili dell’epoca. Si tratta di un “abito con guardainfante”, indumento d’uso esclusivo per le cerimonie ufficiali, composto da jubòn con maniche che scende fino ai fianchi, e da una gonna ampia come un balcone, modellata all’interno da una struttura di giunco o fili di rame, coperta da balze. Il tessuto scelto è probabilmente – secondo le analisi di Gianluca Bovenzi – del velluto liscio che riflette la luce con interessanti effetti di chiaro e scuro. Il colore nero conferisce dignità, austerità e decoro ed è sinonimo indiscusso di ricchezza ed eleganza, costosissimo perché solo pochi abilissimi tintori erano in grado di ottenerlo (primeggiavano i genovesi) e perché le sostanze usate corrodevano i tessuti, rendendoli più facilmente deteriorabili. Insomma la regina per il suo abito deve avere sborsato una cifra da capogiro. Non meno preziosa e importante è l’acconciatura, tipica della corte di Filippo IV. Su una sottostruttura costituita da castelletti imbottiti e ricoperti col “crespo”, ovvero un prodotto che si ottiene con la bollitura dei capelli di scarto, vengono montati i posticci in crespo lavorati in boccoli. Con questo ritratto Velázquez riesce a penetrare nelle pieghe più profonde dell’animo di una sovrana vittima di una corte ormai morente, popolata da principesse figlie di matrimoni tra consanguinei e incapaci di dare un erede maschio alla monarchia.
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