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Le donne di Tiziano

Tiziano e le donne. Muse, modelle, mogli, figlie. Sante o eroine, ninfe o divinità. Figure femminili che uscivano dalle sue tele con tali intensità, sensualità e grazia, da farle apparire sempre umanamente moderne. Addirittura più giovani, come accadde per il ritratto di Isabella d’Este, la colta e influente marchesa di Mantova, che inviò all’artista un arguto ringraziamento per averla ringiovanita.
Tutte le donne di Tiziano sono da anni l’oggetto di ricerca della studiosa Sylvia Ferino-Pagden, curatrice della mostra aperta martedì a Palazzo Reale a Milano che, sotto il titolo «Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano» rielabora un progetto avviato presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna (di cui Sylvia Ferino è stata direttrice) co-prodotto ora dal Comune di Milano e da Skira con il supporto di Fondazione Bracco main partner.
Un titolo che mantiene quanto promette: oltre un centinaio le opere esposte, tra libri, sculture, gioielli. Sedici i dipinti di Tiziano, affiancato da una trentina di lavori di Tintoretto, Palma il Vecchio, Veronese, Lotto, Giorgione (con la sua bellissima «Laura»), per offrire una riflessione sul ruolo della figura femminile nella pittura veneziana del Cinquecento, quando Tiziano era il più grande dei ritrattisti, conteso dai potenti di tutta Europa, capace, grazie al suo ispirato tocco di pennello, di «plasmare espressivamente l’immagine della donna secondo la sua idea del bello, ma anche di creare visioni erotiche che, secondo Lodovico Dolce, potevano far ribollire il sangue nelle vene dell’osservatore», come scrive Sylvia Ferino nell’approfondito volume che accompagna la mostra (Skira).
Il contesto è quello di una Venezia dinamica e moderna, dove le donne per la prima volta cominciano a ritagliarsi un ruolo importante nella società, rivendicando il diritto al binomio di bellezza e intelligenza, contro il persistere del pregiudizio che attribuiva doti culturali solo alle fanciulle disinibite. Nel corso del secolo le donne entrano nel mondo letterario, fino a quel momento riservato prevalentemente agli uomini, e pubblicano romanzi (in mostra è esposto «Urania» di Giulia Bigolina), raccolte poetiche o trattati come quello di Moderata Fonti che entra nel vivo della discussione di genere nota come “querelle des femmes”, alla base del più importante movimento proto femminista prima della rivoluzione francese.
Donne consapevoli, padrone del loro destino, animano le sale di Palazzo Reale, nobildonne austere che sfoggiano splendidi vestiti e preziosi gioielli, o «belle veneziane», fanciulle in pose esplicite che mostrano il seno scoperto gettando all’osservatore sguardi invitanti: un genere di successo tra i collezionisti di tutta Europa, a lungo interpretate come prostitute ma che, secondo tesi più recenti, sono piuttosto future spose (indossano spesso anelli gemelli) che aprono il cuore “mostrando con piena sincerità il proprio sentimento”.
Seguono le eroine, in bilico tra virtù e sensualità, dalla casta Susanna alla coraggiosa Giuditta, dalla Maddalena a Lucrezia, omaggiata con una tela giovanile di Tiziano a confronto di un’opera tarda, dalle pennellate veloci e sfatte che fanno emergere il dramma della vicenda.
Gli amori degli dei, appassionati e carnali, - uno dei baci più sensuali è quello tra Venere e Marte - diventano occasione per una rappresentazione palpitante e realistica, come nella «Danae» dipinta per Alessandro Farnese, «una nuda che farìa venire il diavolo addosso», secondo Giovanni Della Casa. La chiosa del percorso avviene con uno degli ultimi lavori di Tiziano, una «Ninfa con pastore» in cui il soggetto volutamente vago consente all’anziano pittore di manifestare con il colore i sentimenti e la pienezza della vita. Come scrisse Francesco Valcanover, che nel 1966 salvò il patrimonio artistico di Venezia, «i suoi pennelli sempre partorirono espressioni di vita».
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