L’ARTISTA
Lo scultore che dà l’anima ai metalli
Gianluca Pacchioni, che ha lo studio a Milano, è annoverato tra i 75 MAM-Maestro d’Arte e Mestiere

In una ex fabbrica di collirio degli Anni Trenta a Milano si trova l’atelier di Gianluca Pacchioni, maestro dell’arte dei metalli annoverato tra i 75 MAM-Maestro d’Arte e Mestiere che hanno ricevuto il riconoscimento di questo premio biennale ideato da Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, nella prima edizione 2016. Artista poliedrico, attivo nelle arti applicate da anni. Dopo una laurea alla Bocconi di Milano viene affascinato dall’arte a Parigi e cambia rotta, decide di fare l’artista con tutte le difficoltà che questa scelta comportava all’epoca e comporta per ogni artista anche oggi. Il mondo dell’arte è difficile ed inflazionato ma Pacchioni non si arrende. Lavora incessantemente, si confronta con altri artisti, frequenta l’Atelier di Brancusi a Parigi, ha voglia di imparare e ben presto i risultati arrivano. Oggi è conosciuto in tutto il mondo e le sue opere si trovano in molte gallerie e musei in Italia e all’estero. Siamo andati a trovarlo nel suo atelier milanese e abbiamo parlato insieme e a lui di un libro uscito in questi giorni per Mondadori Electa che racconta di lui attraverso racconti, aneddoti, fotografie e testimonianze di una vita artistica ricca ed affascinante.
Artista, sculture, artigiano, designer…come si definisce?
«Sono un art designer, direi che questa definizione può andare bene perché realizzo sculture con un occhio alla loro funzione. Parto dalla materia e mi relaziono a lei. Produco tanto perché sono felice di farlo, mi sento pienamente realizzato come uomo e come artista quando mi metto al lavoro ed un’opera nasce dalle mie mani».
Come è nato il libro?
«È un viaggio intimo nel mio mondo. La curatrice Federica Sala è stata bravissima ad individuare i punti salienti del mio lavoro e ad entrare in punta di piedi nel mio atelier. Ci sono poi testi della fondazione Cologni ed uno del Presidente del musee des art decoratif di Parigi art che per me è davvero di grande importanza perché è il luogo più vicino a me e al mio lavoro. Chiunque fa il mio mestiere vorrebbe vedere un’opera in qual museo in futuro».
Dopo una laurea alla Bocconi in Economia e Commercio si trasferisce a Parigi dove nasce la passione per l’arte. Cosa è successo?
«Volevo fare il primo stage di lavoro in una multinazionale. E invece ho scoperto altro. La scintilla è stata proprio la città, l’assorbimento quotidiano di bellezza che a Parigi c’è ovunque. Io avevo 25 anni e l’arte mi ha travolto, così ho cominciato a lavorare in una fabbrica occupata da tanti artisti condividendo uno spazio gratuitamente. Immaginatevi centinaia di artisti liberi di esprimersi in uno spazio condiviso perché ogni atelier era aperto. Io osservavo, toccavo, parlavo e discutevo con tutti. E ho colto delle occasioni come quella di partecipare ad un’esposizione collettiva che è andata molto bene perché sono stato notato da una Galleria che ha voluto investire su di me. Ed è cominciato tutto».
Il suo materiale prediletto è il metallo, come mai?
«Al metallo sono arrivato subito. È un materiale facile perché ti dà la possibilità di correggere velocemente gli errori, è indulgente, ti aiuta ad imparare, è un materiale buono e poi amavo lavorare con il fuoco. Con gli anni mi sono avvicinato anche alle pietre ma solo ad alcune come quelle traslucenti e che presentino segni di stratificazione: alabastro, onice, marmi sudamericani molto colorati. Le onici arrivano da Turchia, Iran, Iraq e Pakistan, è l’onda dell’onice ed è straordinaria e meravigliosa al pari delle via della seta».
Da chi ha appreso il mestiere?
«Sono un autodidatta, sono partito dalle ricerche nelle discariche come ho detto e poi sono passato ad esplorare le varie tecniche di fusione, assemblaggio, coloritura dei metalli, lavorazione delle piete. La mia vita è cominciata con i metalli dai ferri arrugginiti con patine sino agli acciai e ai bronzi e ora alle pietre. Ho appena comprato 13 tonnellate di onice, già le vedo, vedo le opere future».
Lei espone in tutto il mondo, ha gallerie che la rappresentano in Italia, Parigi e New York. Chi maggiormente apprezza il suo lavoro?
«Devo dire che gli americani sono davvero affascinati dagli artisti europei. Diciamo che se produco 10 opere 7 vanno negli Stati Uniti e 3 rimangono in Europa».
Chi sono i suoi maestri?
«Sicuramente gli scultori contemporanei inglesi mi hanno sempre affascinato. Poi se pesco dal grande… certo non posso che nominare Picasso e Brancusi di cui frequentavo l’atelier quando ero a Parigi. Ricordo una grande retrospettiva di sculture di Picasso a Parigi, rimasi letteralmente a bocca aperta. E poi tutto il classicismo italiano senza dimenticare la scultura giapponese».
Tra tutte le sue opere quale citerebbe perché considera un punto importante nella sua carriera o che esprimono in qualche modo una parte importante del suo percorso?
«Parlando di art design non posso che citare la libreria Collapse perché parla del mio passato, c’è il mio percorso. Viene citata spesso parlando di me perché ha una lunga storia ed è stato un bestseller di grande successo. Se invece penso alla nuova direzione che ha preso il mio lavoro, Eden è una delle ultime sculture che considero molto forte per impatto scenico ed emotivo, dove i due mondi pietra e metallo sono legati intrinsecamente come in una danza».
L’arte oggi e la situazione degli artisti in Italia.
«La vita per un artista non è semplice, anche io ci ho messo molti anni prima di affermarmi. Occorre bravura ma anche tanta tenacia e passione. E poi qui mancano le grosse committenze sia private che pubbliche. La scultura è impegnativa, occorre dedicare spazi, avere un progetto. Più facile chiedere un quadro, magari piccolo e poterlo posizionare un po’ dove si vuole. La scultura necessita di spazi e d un progetto dedicato. Collabora con molti architetti che sentono al necessitò di inserire l’arte all’interno della progettazione degli spazi. Creano spazi adatti alla scultura o al posizionamento di opere d’arte quindi mi coinvolgono ma sono ancora pochi».
Progetti futuri, cosa le manca e cosa vorrebbe realizzare.
«Mi manca viaggiare. Vorrei tornare presto in Giappone, ho ancora tanto da vedere e da scoprire. Sui progetti futuri, beh, mi piacerebbe molto realizzare una grande mostra con tutte le persone che mi hanno ispirato, i maestri da cui ho appreso tecniche o con cui mi sono confrontato, diciamo i talenti che ho conosciuto durante la mia lunga carriera artistica. E chissà che non si possa davvero fare…»
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