LA MOSTRA
L’omaggio a Milano in Frammenti
A Palazzo Reale la monografica di Pericoli

In una sequenza di Gruppo di famiglia in un interno regia di Luchino Visconti, un anziano intellettuale, magistralmente interpretato da Burt Lancaster, spiega come l’alto tenore di un dipinto sia determinato anche dalla raffinatezza dei particolari. I paesaggi che compongono Frammenti, mostra monografica dedicata a Tullio Pericoli (Colli del Tronto 1936) , curata dallo stesso artista e dallo storico dell’arte Michele Bonuomo, allestita nelle sale dell’Appartamento dei Principi a Palazzo Reale, racchiudono una compiutezza animata dalla minuziosa ricerca dei particolari. Di sala in sala si susseguono paesaggi atti a definire l’anima e la memoria visiva di Pericoli. Compaiono mondi sedimentati nell’intimo sino al momento di essere fissati indelebilmente sulla tela al pari di appunti di un viaggio lungo una vita. Colline, valli, campi incolti, altri arati, sino al folto dei boschi si susseguono definiti dalla percorrenza di strade e viottoli. Ad animare tali conformazioni compaiono minuziose percorrenze segniche, quasi un linguaggio arcaico le cui radici idiomatiche affondano lontano nel tempo e la cui decodificazione pare concessa solo a chi conosce le antiche origini di quella scrittura. Lo sguardo dall’alto con cui Pericoli osserva i suoi mondi, coinvolgendo in tale visione anche il visitatore, sottende la misura con cui un autore esamina quanto ha creato in un insieme di lontananze meditative e razionale analisi del proprio lavoro, sino ad arrivare ad una lettura logica, metafisica e sentimentale. Il proseguo del cammino porta alla rarefazione del paesaggio, neri squarci, dalle frastagliate estremità, definiscono altre identità spaziali tali da rendere quei luoghi unici e inequivocabilmente identificabili. Nella serie di opere tutte comprese nel titolo “Sul farsi” emerge l’indefinibilità della stasi, la soglia che divide il compiuto dall’incompiuto, il punto meditativo necessario affinché scocchi la vivifica scintilla che porta all’esplicitazione del lavoro sospeso. A compimento dell’esposizione concorrono i ritratti che hanno reso celebre l’artista marchigiano in Italia e nel mondo. Colti con umanità, sagacia e intuitivo senso psicologico si susseguono i volti di uno spaesato Marcel Proust accanto alle spigolosità somatiche di Samuel Beckett e Cesare Pavese. Alle morbidezze di Oscar Wilde si contrappone l’essenziale linearità di Franz Kafka, mentre alla distinta personalità di Italo Calvino, la delicatezza sacrificale di Pier Paolo Pasolini.
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