ARTE
Regina: prima donna scultrice italiana

Nella foto ufficiale dei Futuristi siede accanto a Filippo Tommaso Marinetti, unica donna in un gruppo tutto al maschile. Nello scatto che ritrae i componenti del MAC le artiste sono solo due, Giulia Sala Mazzon e Regina Cassolo Bracchi, in arte Regina.
Prima donna scultrice italiana dell’Avanguardia, Regina tiene in mano il suo Fiore in gesso. Cappellino sulle ventitré e abiti «bien démodé», figura minuta ed espressione schiva celano una mente all’avanguardia.
A Regina la GAMeC di Bergamo dedica la prima grande retrospettiva museale, a cura di Chiara Gatti e Lorenzo Giusti, nata dall’acquisizione di un importante nucleo di opere dell’artista. L’esposizione raccoglie 250 lavori, tra sculture, mobili, disegni, cartamodelli e taccuini, per un viaggio che abbraccia 50 anni di attività e si sviluppa per temi ed epoche, intrecciando i contatti con i movimenti dell’avanguardia e le vicende biografiche, dalla formazione all’adesione al Secondo Futurismo, siglata nel 1934 con la sottoscrizione del Manifesto tecnico dell’aeroplastica futurista.
In questi anni compaiono le sculture in latta e alluminio, precedute da «cartamodelli» puntati con spilli, secondo una pratica sartoriale, che le serve per sagomare e piegare senza incertezze, con energia e dolcezza, lamine metalliche, filo di ferro, latta, stagno, carta vetrata, plexiglas: materiali che rivelano una vocazione alla sperimentazione, ma usati per estrarvi capolavori impalpabili come Aerosensibilità o L’amante dell’aviatore, Donne abissine e Linee di volo.
Lo studio nella casa milanese di via Rossini al 3, dove abitava con il marito, il pittore Luigi Bracchi, era una fucina di novità e un osservatorio di quanto accadeva in Europa.
Regina frequentava i cimiteri degli aerei, alla ricerca di pezzi di lamiere da modellare e, a partire dal 1941, durante l’esilio forzato a causa della guerra, si perdeva nei boschi della Lomellina per raccogliere campanule, fiordalisi, trifogli, colchici e ranuncoli, che disegnava su taccuini grandi come una saponetta, per poi colorarli con essenze naturali.
«Nei suoi fiori sbocciavano - racconterà più avanti - misteri di geometrie e anse: parevano fatti col compasso ma si muovevano, respiravano, esprimevano, sentivano il tocco della mia mano; appassivano».
Girava su una Lambretta vestita da aviatrice con al collo l’inseparabile gabbietta del canarino, animale che la accompagna nel percorso artistico, dal piccolo bronzo dalle forme essenziali che ricordano le sculture di Brancusi, fino alle poesie visive maturate dalla contemplazione della natura: la cartella Linguaggio del canarino, pubblicata da Vanni Scheiwiller nel 1971, traduce il canto dell’uccello in fonemi disegnati, poesia visiva maturata nel silenzio e nella contemplazione della natura, in quel processo di astrazione che la porta a sperimentare nuovi materiali, il plexiglass, l’acetato o il rhodoid, concentrandosi sul puro binomio forma-colore e a condividere - unica scultrice astratta e unica artista donna - le attività del MAC, coinvolta da Munari, amico dai tempi del Futurismo. Negli anni Cinquanta realizza strutture filiformi, forme circolari e concave, legate al tema dello spazio, come l’iconica Terra Luna del 1955.
Anche i suoi fiori si trasformano in pure forme geometriche, come il fiore di gesso che porta con sé nelle foto dell’epoca, o la sfera del soffione che galleggia leggera nel vuoto.
«Cerco di superare la confusione che regna nella maggior parte dell’arte moderna - scrive due anni prima di morire - con strutture limpide e serene. Così io vedo il mondo».
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