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Sanremo è sempre Sanremo

Il Festival di Sanremo è la cosa più antica e giovane che conosca. Basta pensare ai Maneskin, ma non è tanto quello. Perché è ovvio che un bravo direttore artistico come Amadeus ora, o Claudio Baglioni prima, o Fabio Fazio ancora prima, sappia miscelare vecchio e nuovo, melodico e rap, cantanti, cantautori, coppie, gruppi e groupie. Perché Sanremo è Sanremo.
Ed è altrettanto naturale il fatto che noi lo amiamo perché ripensiamo alle prime serate che si poteva stare alzati fino a tardi, a dove eravamo quando abbiamo ascoltato per la prima volta Eros Ramazzotti con i suoi ragazzi nati ai bordi della periferia o Massimo Ranieri con il suo amore perduto o Riccardo Fogli con le sue storie di tutti i giorni o i (suoi) Pooh con gli uomini soli.
Per non parlare di Super Pippo Festival Sanremo Baudo, di quando comparve perfino Jovanotti, di quando Vasco Rossi arrivò ultimo pur andando al massimo, e via così a ritroso fino a Nilla, a Milva, alla primavera maledetta di Loretta.
I fiori, le donne bellissime, anzi le donne du du, gli uomini bellissimi, i super ospiti, le sorprese che non sorprendono perché in fondo lo sai che non è Sanremo senza una sorpresa e senza mille polemiche, e dai con la spallina di Patsy Kensit che cade e mostra in mondovisione la pelle di una candida gioventù alla scoperta del mondo, che poi sia una canzone o uno sguardo affascinante a condurla sempre di gioventù seduta sul divano a fianco ai genitori, ai nonni, agli amici si tratta.
Perché Sanremo è da sempre revival e modernità diluite per ore e ore di dirette inframezzate da comici che come sempre o non fanno ridere per niente o fanno piegare dal ridere. Ecco il punto. Sanremo divide per unire o unisce dividendo, scegliamo ciò che ci piace di più. Un tempo divideva la giuria demoscopica (sorta di mito antropomorfo e pseudo-sociologico), oggi, complice il distanziamento sociale, divide i nostri account social in hashtag sempre più ironici, sempre più battutisti, sempre più alla ricerca del consenso o della simpatia. Chiusi alla fine nelle nostre camerette con quel tubo catodico contemporaneo sempre azzurrino anche se in 4K, cellulare alla mano commentiamo vigorosi gli acuti e i bassi, le battute e il gelo delle gaffe, il vestito di Caia e se c’è o no Tizio.
Il lavacro purificatorio di un opinionismo a costo zero, dopo la settimana dell’opinionismo un po’ saccente, molto quirinalizio e a prezzo tosto, sarà - speriamo - ancora una volta davvero liberatorio. Sarà- speriamo- ancora una volta il rito nazional-popolare di una nazione che ama dividersi per poi dire che è sempre così bello abbracciarsi, mio odiatissimo trottolino amoroso, du du du da da da. Maddai, che idea!
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