DA CONOSCERE
Storia «impastata» nell’argilla

Una concessione straordinaria concedeva a Giosuè Curti, nel 1400, di lavorare all’interno delle mura di Milano, alle colonne di San Lorenzo: lui realizzava orci, anfore, pentole, utensili di utilizzo quotidiano per la famiglia Sforza. Al terracottaio non servivano grandi spazi, i manufatti al tempo venivano consegnati immediatamente, non serviva un magazzino per lo stoccaggio. Gli bastava quella posizione non troppo distante dal Naviglio per trasportante legna sui barconi, di poter cavare nelle adiacenze e poi di lavorare.
Una storia, quella di Fornace Curti, che potrebbe «esaurirsi» qui. Se non fosse per un evento straordinario legato a un’intuizione di Francesco Sforza. «Quella - racconta Daria Curti, moglie di Alberto, pronipote del capostipite dei Curti - di capire come mai l’argilla che Curti cavava e lavorava avesse questo colore, questa intensità di rosso naturalmente contenuto, che usciva solo durante la cottura, e che non era così su altri territorio, come per esempio la Toscana dei Medici. Ma che aveva anche un’altra caratteristica: un’argilla estremamente resistente alle intemperie, ricca di ferro in natura, nel sottosuolo, e che, cotta ad altra temperatura, risultava un materiale straordinario nella resistenza nella resistenza».
E se fino ad allora era stato dato al marmo un ruolo particolare nei monumenti architettonici, essendo la terracotta qualcosa che durava poco, si consumava, si erodeva e lavorarla in maniera incisiva per inventare qualcosa che potesse durare secoli non era qualcosa che si pensava, «davanti a questi risultati - prosegue Daria Curti - nacque un’opera straordinaria: il primo mattone storico come decorazione di una facciata, quella dell’Ospedale Maggiore, quindi di un monumento importante dal punto di vista architettonico e primo ospedale dedicato alla città di Milano dove curare il popolo». Eccole lì, le formelle e i mattoni sagomati modellati da Guiniforte e da Francesco Solari per il cantiere dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda. E la storia della Fornace Curti inizia a trasformarsi in leggenda. Cambiando sede. Ma mantenendo intatta la maestria nella lavorazione del cotto e le prerogative iniziate dal capostipite.
Dal 1890 l’attività si è spostata nella sede attuale, oggi in via Tobagi 8, anche se questa intitolazione a fine Ottocento certo non c’era: «C’era il quartiere Sant’Ambrogio - narra ancora Daria Curti -, due cascine, il bosco e l’argilla da cavare. L’ingresso era nel vicolo alla Fornace, non aveva ancora nemmeno il nome san Giuseppe Cottolengo, venuto dopo. Si entrava in questo vicolo che portava alla Cascina Varesina, dove la famiglia viveva, e alle spalle aveva il complesso artigianale dove si produceva e dove ci troviamo ora. Ovviamente sono trascorsi i secoli, ci sono stati cambi, non c’è più la possibilità di cavare in città, ma le prerogative sono rimaste le stesse». Per ottenere lo stesso tipo di argilla antigeliva si cava nell’Oltrepò pavese, per il resto il mondo dell’argilla è vario e vasto e il tipo differente a seconda di quello che una persona vuole realizzare.
Daria è al fianco di Alberto Curti da venticinque anni: un amore nato e cresciuto in bottega. «Alberto - spiega Daria usando una bellissima metafora - è un uomo da sempre «impastato» nell’argilla. Impossibile affiancarlo senza amare anche il luogo che ha ereditato e trasformato nella leggenda che è la Fornace Curti».
Sì, perché certo qui si lavora l’argilla. Ma Alberto è un artista, uno scultore, un restauratore, l’eredità familiare non l’ha solo presa su di sé, ma l’ha arricchita con la sua curiosità di sperimentatore: dagli smalti sulla maiolica con effetti speciali al sogno, realizzato, di poter non solo produrre, ma anche creare un’area di incontro di artisti, di interscambio tra loro, di nuovi progetti, di confronto. A Milano, ma quasi sentendosi «fuori». E con sempre, forte, il richiamo verso il bello in senso lato. Un po’ come Sforza all’epoca in cui tutto ebbe inizio.
«Noi siamo terracottai, non ceramisti, terracottai», sottolinea Daria. E in quel luogo che sembra uno straordinario borgo quasi fuori dal mondo, portando avanti un lavoro che è legato ai ritmi della natura, che unisce una determinata produzione a una realizzazione piuttosto che a un’altra, che deve tenere conto del vento o del troppo caldo, vengono organizzate anche «visite guidate affinché per ciò che riguarda i ragazzi si offra anche la prospettiva di trovare da modellare l’argilla, capire che cosa un manufatto abbia alle spalle, quanto lavoro ci sia dietro anche una tazza della colazione del mattino. E, per quanto riguarda gli adulti, che non basta acquistare: perché la terracotta abbia un senso è bello entrare in un laboratorio a vedere quanto lavoro con le mani ci sia ancora alle spalle, un lavoro ricco su una materia povera come l’argilla per arrivare a un manufatto speciale».
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