MUSICA
Xqz, la promessa del rap di Luino

Amicizia. Naturalezza. Sono termini che tornano con frequenza mentre parla del suo album di debutto. Xqz, nome d’arte di Oliver Paul Speck, è il producer di fiducia della nuova ondata rap nata nella provincia varesina e divenuta fenomeno nazionale. Collaboratore di Massimo Pericolo, Wasi, Gravante, ha pubblicato a inizio anno l’EP Menù fisso. Un lavoro in cui il suo nome compare come artista principale. Ma sulle cui basi si stagliano i versi acuminati di numerosi ospiti.
Classe 1992, Xqz è cresciuto a Luino, dove fin dai quattordici anni ha intrapreso i primi esperimenti di breakdance. «Così ho conosciuto una parte degli amici con cui collaboro anche oggi» dice. E continua «A seguire mi sono avvicinato ai suoni elettronici dell’Inghilterra, come la dubstep e la drum and bass, per poi tornare al rap circa sei anni fa con la crew Stato Brado, con cui organizzavamo eventi qui in zona». Un’esperienza underground che si è tradotta in un successo inimmaginabile.
Ma anche dopo l’esplosione commerciale, Xqz si sente ancora legato a quegli ideali. Menù fisso, nonostante guest illustri come Massimo Pericolo, Speranza, Ketama 126, Chicoria e Silent Bob, lo dimostra: «Per me è un processo completamente naturale. Faccio musica perché mi piace. Quando ho collaborato in passato con altri rapper era per il loro disco, quindi era normale che fossi dietro le quinte. Invece nel mio disco è il contrario, perché sono io che sto invitando loro. Non ho cercato di creare un disco da radio, ma di fare la musica che mi piaceva, con le sonorità che mi piacevano, con gli amici che ho conosciuto in questo periodo. Perché alcuni sono anche nomi grandi, però sono tutti amici prima che rapper. Una cosa che molto spesso accade in Italia è che i dischi di produttori o beatmaker sembrano una hit-mania dance compilation in cui non c’è coesione artistica. Come se Gué Pequeno, Arlecchino e Peppa Pig fanno un pezzo e tutti vanno a sentirsi quello solo per i nomi, senza un interesse artistico. Il mio obiettivo è che arrivi quello che è il mio viaggio artistico, non il feat, il risultato della classifica e tutto quell’ambaradan che è il contorno: non è il focus di quello che voglio dare io».
Il processo di composizione, allo stesso modo, è stato tutt’altro che macchinoso: «Ho creato queste basi e mentre le creavo ero abbastanza certo che erano perfette per certi rapper, e così è stato. E siccome spesso c’è molta stima sia artistica sia personale tra le persone che rappano insieme su questo EP è stato tutto molto automatico». Ma c’è spazio anche per tracce strumentali, come Uzi T con Ketama: «Parlando con lui, è venuto fuori che anche lui era stato a Londra come me, anche lui aveva il suo passato di drum and bass, anche a lui piace produrre. E nonostante tutti ce l’abbiano in mente come cantante in realtà ha un background musicale non indifferente. Avevo una bozza, gliel’ho inviata e gli ho chiesto se potessimo farla insieme. Lui si è gasato e una notte, alle 3 del mattino, mi ha inviato la sua parte. È stato super-naturale, per quello ho chiamato così il mio EP. Perché con gli ingredienti che avevo ho cercato di dare il meglio che potessi, in modo naturale e artigianale, un po’ come si fa qua in provincia».
La cover, che imita gli stilemi di una musicassetta, è un omaggio alla musica che più lo ha ispirato: «Sono molto influenzato dalla musica del Sud degli Stati Uniti. La trap nasce lì, non dall’Est né dall’Ovest. Era un genere dall’estetica molto sporca. Siccome l’industria del tempo era focalizzata sulla West Coast, i gruppi del South degli anni Ottanta-Novanta pubblicavano solo su cassetta. Ho voluto fare un richiamo a quella cosa». Per ora l’EP è in digitale, ma uscirà a breve anche in questo formato vintage.
Xqz è stato testimone del passaggio del nuovo rap da realtà locale a numeri da grande pubblico: «All’inizio è stato un sogno. Poi ci sono stati due grandi scogli. Numero uno, scontrarsi con la realtà lavorativa e discografica dell’industria musicale, e quella è già una roba che ti tira un bel pugno in pancia. L’altro è stato il covid. Ci siamo sentiti beffati: proprio adesso che ce l’avevamo fatta si è bloccato tutto. È come se avessimo meno occasione di far vedere che ci piace quello che facciamo». Si consola con i risultati artistici, come i lavori con Massimo Pericolo e Wasi. Un percorso partito da lontano: «Quando abbiamo iniziato non era una moda. Andava la tecktonik, noi eravamo i reietti. Ci facevamo mezz’ora di bus solo per beccarci. Neanche per rappare, perché l’importante era sapere di stare con altre persone simili a te».
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