L’INCHIESTA
Omicidio nei boschi: due carabinieri sotto accusa
Nel 2023 la morte del 34enne Rachid Nachat. Avviso di conclusione indagini al maresciallo che ha sparato e al suo superiore, sospettato di depistaggio

Marocchino ucciso nei boschi dello spaccio: la Procura della Repubblica di Varese presenta il conto a due carabinieri. Non solo a colui che ha sparato il colpo di fucile che ha ammazzato il 34enne Rachid Nachat, ma anche al suo superiore, accusato di aver depistato l’inchiesta. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato nei giorni scorsi dall’ufficio dei pubblici ministeri Antonio Gustapane e Lorenzo Dalla Palma al maresciallo del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Luino sotto accusa fin dal giorno della tragedia, il 10 febbraio 2023, per il reato di omicidio, e all’allora comandante dello stesso reparto che avrebbe “coperto” il collega. Al primo, oltre al reato di omicidio, viene contestato anche quello di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
IL FUCILE DA CACCIA PRIVATO
Secondo la ricostruzione del pm, quel giorno il maresciallo (54 anni, nel frattempo congedatosi dall’Arma) era impegnato con altri due militari, tutti in abiti civili, in un servizio antispaccio nella zona delle Cascate della Froda. Il carabiniere sorprese Nachat nascosto in mezzo alle piante: l’immigrato cominciò a correre lungo la ripida discesa e il carabiniere travestito da cacciatore sparò prima due colpi con la pistola d’ordinanza, che andarono a vuoto, poi altri quattro con un fucile a pompa di sua proprietà; due finirono in mezzo al bosco, un proiettile di gomma colpì il marocchino alla schiena e a una gamba, bucandogli la giacca ma procurandogli solo ecchimosi, mentre il quarto lo centrò mortalmente al torace. Colpi sparati a una distanza – così ha stabilito la perizia balistica – compresa tra 6 e 9 metri. Il giorno successivo, nell’annotazione di servizio inviata in Procura, avrebbe poi affermato il falso. Come? Dichiarando che Nachat estrasse una pistola da sotto il giubbotto e la puntò contro di lui, prima ancora che si qualificasse. Per questo – è la sua versione – tirò fuori l’arma d’ordinanza ed esplose due colpi verso il marocchino che si era nascosto dietro un albero. Poi, quando la pistola si inceppò, imbracciò il fucile da caccia, con munizioni in gomma, e sparò quattro volte, «ma senza prendere la mira, al solo fine di farlo spaventare e desistere dal far fuoco». Ma in realtà l’indagine è arrivata a un’altra conclusione: sulle mani della vittima non c’erano particelle riconducibili a residui dello sparo e nel sopralluogo nel bosco non è stata trovata alcuna arma.
FALSO E DEPISTAGGIO
Nei guai, nel corso dell'inchiesta, è poi finito anche il superiore del maresciallo. Il luogotenente è accusato di favoreggiamento per averlo aiutato a «eludere le investigazioni dell’Autorità». Prima per non aver informato immediatamente il pm che era stato commesso un omicidio, nonostante il medico del 118 avesse comunicato ai carabinieri che sul cadavere trovato a ridosso della Sp 7 c’erano due fori da arma da fuoco. E nonostante il suo collega – che non fu sottoposto a Stub nell’immediatezza – gli avesse già fatto sapere di avere sparato quel pomeriggio, “dettaglio” che non era stato riferito allo stesso pubblico ministero. Non solo: il comandante (56 anni, ora trasferito ad altro ufficio) deve rispondere anche di depistaggio perché avrebbe «immutato artificiosamente», cioè manomesso, corpo del reato e stato dei luoghi, allo scopo di «ostacolare e comunque sviare» le indagini dal maresciallo. Un appuntato – continua la ricostruzione accusatoria – gli segnalò i due bossoli sull’asfalto e le quattro cartucce oltre il guardrail, ma invece di eseguire i rilievi tecnici previsti in questi casi, lui li avrebbe prelevati a mani nude, per poi rimetterli a terra, senza sequestrarli. Poi nelle settimane successive, durante le indagini dei suoi colleghi dell’Arma (poi affidate alla Squadra Mobile) avrebbe negato di aver trovato quei bossoli. E avrebbe dichiarato di non aver mai autorizzato il maresciallo a usare proiettili in gomma durante i servizi nei boschi, «mentre in realtà era a conoscenza di tale prassi che lui stesso aveva approvato». Infine l’accusa di falso ideologico per quanto dichiarato nell’annotazione al pm di turno, in particolare in merito al ritrovamento dei bossoli e omettendo di dichiarare che il suo sottoposto aveva ammesso di aver sparato proprio quel pomeriggio.
MEMORIE E INTERROGATORI
Gli indagati hanno ora 20 giorni per presentare documenti e memorie, e per chiedere di essere interrogati. No comment da parte del maresciallo, difeso dagli avvocati Domenico Franchini e Lucio Lucia. L’avvocato Luca Marsico, che assiste il luogotenente, preannuncia invece il deposito di una memoria difensiva: «Dimostreremo l’estraneità dell’indagato nelle sedi opportune».
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