DA LEGGERE
Le storie della storia dell’arte

Dal profilo diabolico nascosto tra le nubi nelle storie di San Francesco ad Assisi alle farfalle che volano libere nel cortile di una prigione, dipinte da Van Gogh. Dal trapezista riflesso nello specchio de Il bar delle Folies-Bergère di Manet (che ci fa un trapezista in un locale parigino?) al ritratto della pittrice olandese Clara Peeters nel coperchio di peltro.
Quante sono le storie della storia dell’arte? Quanti racconti narrano i dipinti attraverso dettagli che sfuggono a uno sguardo frettoloso? Lo si può scoprire leggendo >Divulgo. Le storie della storia dell’arte (Rizzoli, 24,90 euro) di Jacopo Veneziani, 25 anni, dottorando in storia dell’arte moderna all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne di Parigi, nel 2017 ha iniziato a utilizzare Twitter per raccontare, con l’hashtag >divulgo, la storia dell’arte e dei beni culturali. La pagina è seguita da 20mila utenti e nel periodo del lockdown l’hashtag >dueminutidievasione ha raggiunto 500mila visualizzazioni.
Il suo lavoro è stato notato da Rizzoli e da questa avventura è nato un libro che ha nel titolo l’hashtag, per indicarne l’origine social, «un buon messaggio per i giovani: sui social si può parlare non solo delle ultime tendenze della moda ma anche di arte, e il buon uso dei social può essere un’opportunità», ci dice quando lo raggiungiamo telefonicamente a Parigi. Ecco che le opere selezionate per il volume ci offrono un viaggio attraverso sette secoli di storia della pittura partendo dai dettagli.
Un’avventura iniziata da un tweet…
«Ho scelto Twitter per il dono della sintesi. Mi ha obbligato a selezionare. Scegliere il dettaglio e sfiorarne la storia. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo potenzialmente a disposizione tutto lo scibile. Il frammento allora diventa lo spunto per sollecitare la curiosità e invitare il lettore ad approfondire le ricerche».
Le è stata utile l’esperienza con gli studenti?
«Stare in una classe e stare sui social network è più o meno lo stesso meccanismo, sono due universi in cui chi hai davanti non ti mente. Capisci subito se stai catturando l’attenzione o no; così sui social, se il contenuto è noioso ne hai riscontro immediato. Mi piace questa onestà (quando non sconfina nella maleducazione)».
Nei mesi appena trascorsi molte realtà culturali hanno utilizzato i social. Pensa abbia ancora un senso?
«Credo sia ancora utile. Conoscere è sempre riconoscere. Più opere vediamo, anche nella sfera virtuale, più sarà arricchente la nostra esperienza dal vivo, nei musei. È fondamentale trovare la giusta sinergia tra la fruizione virtuale e quella reale. Durante il lockdown il sistema culturale italiano, che un po’ aveva snobbato i social, ha dovuto reinventare la proposta culturale. Sono così emersi interrogativi in parte già presenti, ma è stato un tema di riflessione».
Il suo libro è un invito ad allenarsi a guardare. Come?
«È importante rimanere a lungo davanti a un quadro. Uno studio ha dimostrato che, generalmente, quando si visita un museo si osserva una singola opera per circa 15, massimo 30 secondi. Dopo due o tre dipinti, gli occhi sono saturi e non vediamo più nulla. Bisogna poi allenarsi a leggere le opere in modo non tradizionale, scomponendole, cercando di capire cosa raccontano i dettagli. Le tecnologie possono essere utili: se prima di entrare in un museo si osserva l’opera virtualmente e si prende il tempo necessario per cercare i particolari, quando la si vede dal vivo si è più preparati».
Qual è il valore dei dettagli?
«Mi piace pensare siano come delle voci, storie scritte nel linguaggio della pittura. È come se gli artisti si facessero presenti e ci parlassero. I dettagli sono una serratura da aprire, per entrare in intimità con l’autore».
Qual è il compito dello storico dell’arte?
«Ogni storico dell’arte deve scegliere la propria missione: alcuni si concentrano sullo studio per costruire sapere, altri scelgono la divulgazione. Questi ultimi dovrebbero sempre ricordarsi della prima impressione di fronte a un quadro ed essere consapevoli che è simile a quella che provano gli ascoltatori. Lo storico deve accompagnare, fornire dei punti di riferimento. Potremmo definirlo un “cartografo dello sguardo”, un detective che ricostruisce la scena del crimine mettendo insieme gli indizi».
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