IN TRIBUNALE
Sesso con cinghiate? No. Assolto
Al processo, celebrato a Varese, riferimenti al film “Cinquanta sfumature di grigio”. L’accusa aveva chiesto 7 anni per l’imputato

«Il fatto non sussiste». Con questa formula il Tribunale ha assolto il cinquantenne accusato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale nei confronti della ex moglie. Una storia tormentata e in cui ha avuto un ruolo determinante, anche nell’istruttoria, il celebre film “Cinquanta sfumature di grigio”, ossessione della donna o del marito, a seconda dei punti di vista.
Per i giudici, alla fine non è stata raggiunta la prova degli abusi denunciati dalla donna che si era costituita parte civile (con l’avvocato Stefano Bruno) chiedendo un risarcimento danni di centomila euro.
Una sentenza accolta in aula dalle lacrime di gioia dei parenti dell’imputato. Per il quale il pubblico ministero Maria Claudia Contini aveva proposto la condanna a sette anni e un mese di reclusione. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo avrebbe maltrattato l’ex convivente, con violenza verbale e fisica, dal 2014 al 2019, quando la coppia abitava in un paese della Valceresio. Non solo: l’avrebbe anche costretta ad avere un rapporto sessuale, al quale lei non si sottrasse perché aveva paura della reazione del marito. E proprio durante quell’amplesso lui l’avrebbe frustata più volte sulle natiche con la cintura.
«Voleva fare come in “Cinquanta sfumature di grigio”», è la tesi della donna, costretta a fare i conti con la gelosia dell’allora coniuge. Opposta la versione di quest’ultimo: «Lei era stufa del nostro rapporto, voleva separarsi. Diceva che avevamo una vita sessuale piatta, voleva rifare con me le scene di quel film. Pretendeva di essere frustata per eccitarsi, ma io non ci riuscivo: avevo paura di farle male». Il difensore, l’avvocato Francesco D’Andria, ha chiesto l’assoluzione del 50enne, puntando il dito contro la persona offesa: «Non è credibile: nel suo racconto usa il metodo dell’omissione, taglia alcuni frame. Il marito non è mai stato geloso, né l’ha maltrattata. Si tratta di una coppia disfunzionale, cioè che interpretava in maniera differente delle esperienze condivise».
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