IN TRIBUNALE
Paul&Shark e Aspesi. «Sette anni senza vedere nulla?», i pm fanno ricorso
Dopo il no del giudice al controllo giudiziario delle due società. L’appello al Riesame
I pubblici ministeri milanesi Paolo Storari e Daniela Bartolucci hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame contro la decisione del giudice Roberto Crepaldi con cui nei giorni scorsi non ha convalidato il provvedimento di controllo giudiziario disposto il 17 marzo scorso dalla Procura nei confronti della Alberto Aspesi Spa e della Dama Spa, quest'ultima la società di Andrea Dini, cognato del governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana, proprietaria del noto marchio Paul & Shark.
LA DECISIONE DEL GIUDICE
Pur riconoscendo l’esistenza di elementi che possono portare a pensare all'esistenza del caporalato negli opifici gestiti da cittadini cinesi a cui era stata affidata la produzione dei capi di abbigliamento, il giudice per le indagini preliminari aveva ritenuto non potessi ritenersi che i due indagati, Dini per Dama e Francesco Umile Chiappetta per la società Alberto Aspesi &C, avessero «direttamente assunto, impiegato o utilizzato i lavoratori, dovendosi con ciò intendere la condotta di chi determini direttamente o intermedi l'effettiva occupazione del lavoratore in condizioni di sfruttamento».
LA VERSIONE DEI PM
Di tutt’altra opinione i pm che ora si appellano al Riesame. Come si «può seriamente pensare» di andare per circa «sette anni» in un «luogo per tre volte alla settimana» e di non vedere «nulla, e soprattutto le immagini degli alloggi, il cartello con l'orario di lavoro, le condizioni igieniche terrificanti», hanno scritto nell’atto di impugnazione. Quello che «è accaduto è che il caporale cinese ha reclutato manodopera fatta di propri connazionali spesso priva di permesso di soggiorno», che poi «è stata utilizzata dai brand» e quegli «opifici cinesi, pertanto, non fanno parte» di aziende diverse da quelle «facenti capo ai brand della moda». Gli opifici cinesi, secondo i pm, «sono totalmente compenetrati nell'attività produttiva dei brand da costituire una sorta di “reparto produttivo” e/o un’azienda distaccata. Deve spettare, dunque, a un amministratore giudiziario regolarizzare i lavoratori cinesi instaurando regolari rapporti di lavoro con i brand».
LE ACCUSE
Dama, società del marchio Paul & Shark, e Alberto Aspesi &C, sono accusate dagli inquirenti di aver concorso dolosamente nello sfruttamento dei lavoratori impiegati da un laboratorio gestito da cinesi a Garbagnate Milanese, a cui è stata subappaltata la produzione di alcuni capi di abbigliamento.Luca Testoni
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