SHIRAN B. SHIRAN
Il terrorista dimenticato da tutti

Alcuni giorni fa, nel penitenziario «Richard J. Donovan Correctional Facility» di San Diego, è stato accoltellato un detenuto di 75 anni.
Normale, si potrebbe pensare, conoscendo lo stato al limite della civiltà delle carceri americane.
La notizia quindi, anche in Italia, non ha avuto grande risonanza. Eppure, il detenuto aggredito non è uno qualunque. Il suo nome è Shiran Bishara Shiran ed è in cella da oltre 50 anni. Ma, soprattutto, è colui che, forse, ha cambiato la storia degli Stati Uniti e dell’intera Guerra Fredda.
Un passo indietro. Il 5 giugno 1968, Robert «Bobby» Kennedy, il fratello minore di John, ucciso cinque anni prima a Dallas, aveva appena terminato un discorso all’Hotel Ambassador, a Los Angeles, in un bagno di folla. Era una serata trionfale: aveva conquistato le primarie democratiche in California, era in corsa per le presidenziali e a parere di molti sarebbe diventato presidente.
Le elezioni si sarebbero tenute pochi mesi dopo e, ironia della sorte, i repubblicani candidavano Richard Nixon, che John aveva già sconfitto nel 1960.
«Bobby» era l’idolo dei progressisti, l’amicizia con Martin Luther King gli assicurava il voto della minoranza di colore, aveva lo stesso carisma del fratello ed era stato il suo consigliere più fidato. Era giovane, 42 anni, e poi… il suo cognome era Kennedy.
Shiran B. Shiran, 24 anni, cristiano palestinese nato a Gerusalemme e cresciuto tra New York e la California, da tempo aveva problemi di alcol e droga. Soprattutto, nutriva un’ossessione per Kennedy perché, dopo la guerra dei «6 giorni» – iniziata esattamente un anno e un giorno prima – aveva espresso la sua solidarietà a Israele contro il mondo arabo.
Quella sera Kennedy aveva lasciato il palco e si era diretto verso le cucine, per salutare «i lavoratori invisibili», come li definiva lui con grande rispetto: i cuochi, i camerieri, i lavapiatti, gli sguatteri, per usare i termini di allora.
Stava stringendo la mano al ragazzo che gli aveva portato la cena in camera, prima del comizio. In quel momento Shiran si fece largo tra la folla, si avvicinò a Bobby ed esplose almeno quattro colpi con il suo revolver.
Quello alla testa fu fatale e Kennedy si accasciò in una pozza di sangue. Shiran fu subito immobilizzato, nella inevitabile confusione, le urla e il panico. L’ennesima morte violenta scosse profondamente l’America: era il ’68, e il Paese attraversava un periodo difficile, tra il Vietnam e le contestazioni. Solo due mesi prima anche Martin Luther King era stato ucciso a Memphis: la rabbia era esplosa in 120 città americane e il bilancio inevitabile era stato di 21.000 arresti e 46 morti.
Il processo fu rapido: Shiran ammise e il 23 marzo 1969 fu condannato a morte. In California, tuttavia, le condanne erano sospese e la sentenza si tramutò in ergastolo. Così iniziò a girare tra diverse prigioni – San Quintino e Corcoran – fino a San Diego, mentre si spargevano teorie del complotto piuttosto singolari: i legali dell’assassino riuscirono curiosamente a sostenere che fosse stato ipnotizzato e poi incastrato in una ben più vasta cospirazione.
Comunque sia, in effetti non si è ancora sicuri sul numero dei colpi sparati nelle cucine: alcuni sostengono addirittura 13, mentre il revolver di Shiran aveva solo otto pallottole.
Ma si sa, quando si tratta della famiglia Kennedy gli americani sono piuttosto inclini a credere a qualsiasi complotto.
Il primo a soccorrere Bobby fu proprio l’aiuto cameriere che gli aveva appena stretto la mano. Si chiamava Juan Romero e aveva 17 anni. Non sapeva cosa fare, così gli sollevò la testa dal cemento e – ha raccontato l’anno scorso – lo sentì sussurrare: «Come stanno gli altri? Stanno tutti bene? Sì, andrà tutto bene».
Normale, forse, per chi sosteneva che l’amore e la compassione fossero gli strumenti per comprendere il mondo. Juan gli mise il suo rosario nelle mani, poi fu spinto via.
Pochi mesi dopo, Richard Nixon vinse le elezioni contro Hubert Humphrey, e la storia prese un’altra strada.
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