SESTA PUNTATA
«Sono antidemocratico, non voto da 50 anni»
Il racconto di Guido Martinoli: «Qualità, non quantità»
È il 9 giugno 2024, a Bedero Valcuvia si vota per le Comunali. Il risultato degli scrutini è inequivocabile quanto curioso: eletto Carlo Galli con 199 voti, contro i 198 ottenuti dalla candidata dell’altra lista, Rossana Sportelli. Un voto di scarto. Tra i 193 astenuti sui 597 aventi diritto, in paese c’è anche Guido Martinoli, che non vota da 50 anni. Ingegnere elettrotecnico, ha 70 anni, di cui gli ultimi cinque passati in pensione ad approfondire la sua passione per la filosofia.
Perché nell’ultimo mezzo secolo non si è mai recato alle urne?
«Rifiuto il sistema e sono antidemocratico. Il mio rigetto deriva dal fatto che la democrazia non ha valori morali o filosofici: è solo uguaglianza, seguendo il precetto “una testa è un voto”, e quantità, secondo cui “più siamo e più abbiamo ragione”. Non importa chi siamo, la maggioranza vince e va al potere».
C’è stato un tempo in cui ha votato?
«Sì, solo due volte quando ero ventenne, alle Politiche. All’epoca ero entusiasta di poter segnare la mitica croce sulla scheda, come facevano tutti. Poi, mi sono chiesto: “Ma perché voto? Che cosa c'è sotto l'elezione?”. Ho capito che per me è un errore votare e dai 25 anni ho smesso. Invece, per tutti gli altri era scontato, ai tempi l'astensione era al 10%. Io sono un astensionista radicale e di vecchia data, uno dei primi».
Le ultime statistiche indicano che ora la percentuale di affluenza alle urne sta precipitando, cosa ne pensa?
«Me ne rallegro. Adesso molti stanno diventando come me e non posso che esserne contento. Se l'astensione aumenta vuol dire che ho ragione».
Di certo, però, la maggior parte delle persone che non vota non lo fa con la sua stessa motivazione…
«Esatto. Come dicevo, non è la quantità che ci fa passare dalla parte del giusto. Secondo me, molti degli astensionisti oggi lo fanno per protesta non contro il sistema, come me, ma perché sono delusi dai candidati, dalla loro pochezza. Sono io il primo ad ammettere che sono pochissimi a pensarla come me. Chi si astiene per disillusione, dentro è ancora democratico».
Quindi contesta la loro scelta di non recarsi alle urne?
«Sì, il democratico deluso dovrebbe andare ai seggi e votare scheda bianca. Confonderla con l'astensione è grave perché tra le due scelte c’è un abisso. Certo, l'effetto è più o meno lo stesso, però un conto è astenersi perché si è contrari per principio, un altro è perché si è sfiduciati ma dentro si è democratici. Eppure sembra che la percentuale di bianche non interessi a nessuno. Votare bianco è l’emblema di adesione alla democrazia ma di opposizione alla proposta politica, infatti non l’ho mai fatto. Per me è irrilevante chi governa, è il sistema che non va».
Vivendo in Italia, a Porto Ceresio, deve fare i conti con le scelte di chi governa, cosa pensa del loro operato?
«Seguo i dibattiti e la politica. Il problema è che a priori chiunque può andare al potere, deve solo catturare consenso. Il politico è un'espressione di democrazia quando si presenta alle elezioni con certi obiettivi, anche immorali. Si presume che l'elettore medio li sappia e dia il voto a chi ha le proposte più interessanti. Per me sono degli opportunisti e ipocriti, che fanno i loro interessi e spesso portano alla demagogia, il che è una tragedia. La democrazia è fatta da uomini che sono sempre corruttibili. Un buon governante dovrebbe essere competente, intelligente, creativo, tollerante e integerrimo. Insomma, moralmente un santo. È utopistico, però si può tentare di andare in quella direzione».
Uno sguardo non troppo distante da quello di altri astenuti. Non votando, lei contrasta la democrazia con il non voto, aspetto operativo che proprio il sistema democratico prevede…
«Sì, questo è un piccolo plus che do alla democrazia. Cos’altro posso fare per contrastarla? Minimo non collaboro andando alle urne. Chi è democratico vota e io certamente non mi oppongo. Però non sono costretto a votare, non ho avuto nessuna conseguenza. È una libera scelta, un diritto, e apprezzo che la democrazia non si spinga a imporlo».
Quale sarebbe l’alternativa?
«Una buona partenza per me sarebbe il voto ponderato, cioè una persona vale 5, l'altra 10 e così via, secondo un criterio da decidere. Capire quanto e quali teste valgono è difficile, nonostante se ne possa discutere».
Crede davvero che possa essere questa la soluzione?
«Non è la votazione migliore perché si mantiene in un sistema democratico. L’obiettivo utopico sarebbe quello di raggiungere l’aristocrazia, intesa in senso etimologico, il potere ai migliori. Gira l'idea che la democrazia sia l'alternativa alla dittatura, ma ci sono altre possibilità di organizzazione del potere, anche libertarie. Contesto il binomio tra dittatura e democrazia perché lo fa la storia, che ha portato al potere i dittatori democraticamente. Io mi ispiro a Platone, la sua Repubblica per me merita tutt'oggi un interesse preciso. Per me, l'alternativa alla democrazia è l'aristocrazia platonica, poi strutturarla è difficile. Per lui la polis coltiva una scrematura meritocratica per arrivare ad avere i migliori al governo. Certo, in concreto è molto più facile la democrazia».
Quindi attualmente nel mondo non vede sistemi di Stato validi?
«No, la democrazia in Europa è dilagante. Poi l'hanno esportata, anche se non ha senso farlo. Per lo meno deve essere un sistema autoctono. Credo che ci sia un barlume di speranza in Cina: il modo in cui educano i giovani richiama quello illustrato da Platone. L’alternativa è poco scandagliata, ma pare che si formi una sorta di scuola politica, dedicata all’acculturazione dei ragazzi».
La sua è una visione di minoranza, trova che ci siano altre persone che la pensano come lei tra gli astenuti?
«No, pochissime, ne conosco tre o quattro. Sono quasi sempre l’unico, ma non mi interessa. Devo rispondere solo a me stesso, per non mentirmi. Non ho velleità di potere, so bene che non ho speranze. Punto all'aristocrazia».
Considerato che la democrazia si basa sulla quantità di chi vota e che questa è sempre minore, il sistema regge ancora o il passaggio all'aristocrazia che lei auspica sta forse già avvenendo, paradossalmente sotto istituzioni democratiche?
«No. La democrazia può governare anche se vota solo il 10% degli aventi diritto, l’importante è che ci sia una maggioranza. Mentre politici ed esperti con a cuore la democrazia si preoccupano, ahimè, il sistema non è in pericolo perché formalmente resta in piedi anche con percentuali risibili. L'assurdo è che avremo una maggioranza di una sparuta minoranza».
La sesta puntata dell’inchiesta “Voto Perduto” sulla Prealpina di sabato 14 febbraio in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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