SALONE DEL GUSTO
Alla scoperta dello slow food

A tavola non si invecchia, dice il proverbio.
Dopo più di trent’anni passati a difendere il cibo vero e il piacere della condivisione, Slow Food continua a prenderci gusto. Il sapore della storia, delle tradizioni, dei diritti, ma soprattutto delle decisioni che si prendono tutti i giorni, ogni volta che si fa la spesa sono stati protagonisti dei cinque giorni di Terra Madre, il Salone del gusto organizzato a Torino.
Nei cinque giorni di kermesse al Parco Dora si sono ancora una volta promosse quelle piccole scelte quotidiane con cui, si spera, si possano dare il via a grandi cambiamenti.
Il tutto per non essere meri consumatori, ma per agire con consapevolezza: informandosi, infatti, si alimenta la curiosità, così da scegliere il cibo che fa bene alla salute e pensa al pianeta, scoprendo anche le storie che si nascondono dietro una forma di formaggio, una bottiglia di vino, un buon pane.
«La crisi climatica è una vera e propria iattura che sta sconvolgendo la vita a milioni di persone, ma il principale responsabile di questo sconquasso è il sistema alimentare globale». Lo ha detto il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, aprendo l’evento: «Già oggi - ha aggiunto Petrini - che la popolazione mondiale non supera gli otto miliardi di persone, si produce cibo in grado di sfamarne dodici. Significa che il 32% di alimenti perfettamente commestibili viene buttato via: è un fallimento epocale, perché nel frattempo circa 900 milioni di persone nel mondo soffrono la fame.
Oltretutto, per produrre quel cibo abbiamo sprecato miliardi di litri d’acqua e utilizzato milioni di ettari di suolo.
Occorre ridurre lo spreco nelle nostre case, non aumentare la produzione, come sento ripetere ciclicamente». Insomma, in sintesi, bisogna cercare di mangiare meno e quindi mangiare meglio.
E a Terra Madre le proposte non mancavano, come nel caso dei Presìdi Slow Food.
Questi progetti sostengono le piccole produzioni tradizionali che rischiano di scomparire, valorizzano territori, recuperano antichi mestieri e tecniche di lavorazione, salvano dall’estinzione razze autoctone e varietà di ortaggi e frutta. Oggi sono oltre 600 in 79 paesi (in Italia se ne contano più di 350) e coinvolgono migliaia di produttori. Eccone qualcuna:
L’Albicocca del Vesuvio Crisommole: così piccola, fragile e dolcissima.
L’albicocca più buona d’Italia nasce sui terreni vulcanici dove, dopo la raccolta, a causa della sua deperibilità viene soprattutto trasformata in marmellata, gelatina, sciroppata per arricchire soprattutto i dolci.
Storico ribelle: Con un nome così doveva per forza essere un prodotto che si ribella al suo destino, resistendo anche in luoghi non proprio ospitali.
Il Ribelle, formaggio vaccino, è legato in maniera profonda agli alpeggi delle Orobie, tra i 1.400 e 2.000 metri, entrando come ingrediente fondamentale, assieme al burro, al grano saraceno e alle verze nella composizione del piatto simbolo della Valtellina, i pizzoccheri.
“Lenticchie nere delle colline ennesi”: una volta cucinate e osservate da lontano, sembrano caviale. Tanto che alcuni le hanno soprannominate Beluga.
In realtà sono lenticchie, di un colore inedito: nero. Non avendo bisogno di essere irrigate, sono perfette per la Sicilia. E, poi, in tavola, sono in trionfo di sapori e perfette accompagnate a piatti di carne saporita, ma anche da sole hanno il loro perché, grazie a un sapore decisamente intenso rispetto al sapore di lenticchia a cui si è abituati.
“Antiche varietà di mele piemontesi”: mele del Trentino? Non solo. C’è una miriade di varietà, buonissime, anche in Piemonte.
La Grigia di Torriana e la Buras, per esempio, sono particolarmente buone cotte al forno. Acidula, aromatica, fine e succosa, la Runsè è un’ottima mela da tavola.
La Gamba Fina è delicata e dolce, mentre la Dominici è croccante, aromatica e profumata e infine la Carla è dolcissima e succosa.
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