TEMPO LIBERO
Trent’anni di “Due di due”

«Forse oggi lo riscriverei in modo diverso, perché ogni romanzo è tappa di un viaggio e quello che ho sempre cercato di fare è scrivere storie diverse, c’è una ricerca di stile che continua, ma anche di temi e contenuti. Quel romanzo particolare appartiene a quel punto del mio percorso, ma la cosa interessante è che continua a riguardare così tante persone, lettori giovani che si ritrovano e questa è una cosa non comune, non tutti i romanzi hanno la particolarità di mantenere la loro attualità, di continuare a essere rilevanti per chi li legge. Lo riscriverei magari con due ragazze come protagoniste. Del resto l’universo femminile mi è sempre interessato tantissimo dal punto di vista narrativo. Una di Luna, per esempio, ha una protagonista donna che narra in prima persona».
Due di due compie trent’anni ed esce in nuova edizione per La Nave di Teseo. Continuando a essere ritenuto un caposaldo letterario di Andrea De Carlo, un romanzo che ha creato uno stile.
Un libro che era rimasto in sospeso per anni dopo averne scritti tre capitoli, «perché i romanzi hanno i loro tempi, il loro momento, alcuni non vengono mai raccontati, restano sullo sfondo e ne vengono altri con urgenza».
L’urgenza che poi ha toccato anche Due di due. «La storia - spiega De Carlo -, mi appartiene molto perché ripercorreva strade che sono state mie, partendo dal liceo dove i due protagonisti si incontrano, fino a viaggi alla ricerca di sé per trovare un senso della vita. Credo che più che una sorta di dio che crea dal nulla, lo scrittore racconti nei suoi romanzi una serie di sensazioni».
Quella di Due di due parte nella seconda metà degli Anni Sessanta e percorre un arco di vent’anni nella storia dei due protagonisti, toccando temi e situazioni che a volte sembrano tornare, quasi come un ciclo che si ripete. Un esempio: la ricerca di vita a contatto con la natura che viene inseguita da uno dei protagonisti, Mario.
«In effetti - ammette De Carlo - ci sono temi che appartenevano a me e a questi personaggi che mi erano molto vicini ma che sono molto attuali ancora oggi. Il venerdì della manifestazione per il clima ho visto scene che descrivevo, come la voglia di rompere l’asfalto per piantare alberi in città. Perché il non rassegnarsi a un mondo così com’è, ma poterne immaginare un altro è una cosa che non si è tramutata, c’è una generazione che crede in questo e per loro questo romanzo rappresenta qualcosa di vivo, non è una lettura lontana».
E lo dimostrano adolescenti che incontra e che affermano di essersi ritrovati lì dentro. Un libro, Due di due, che parla a ragazzi e ad adulti. «Quando scrivo – spiega De Carlo – non penso mai a chi rivolgermi perché questo mi bloccherebbe, ma ero convinto che “Due di due” l’avrebbero letto e apprezzato solo persone che avevano vissuto le mie esperienze e quelle dei protagonisti: non mi immaginavo giovani che ci si sarebbero ritrovati. Ero anche convinto che sarebbe stato letto da pochi, non mi aspettavo niente in termini di avere un nuovo pubblico, di raggiungere lettori più giovani. E invece ci sono sempre nuovi lettori che lo scoprono e ci si ritrovano. La cosa divertente è che mentre adesso lo consigliano insegnanti a studenti, all’inizio erano gli insegnanti che lo scoprivano attraverso i ragazzi».
Anche se poi, a dare un significato ai libri, per Andrea De Carlo non sono i numeri, ma quello che arriva al lettore. «Dire a quale libro sia più affezionato è difficile, perché sono un po’ come dei figli. Due di due resta senza dubbio il mio romanzo più condiviso e dunque ha un posto un po’ speciale. Per me è importante però la qualità della risposta. Ho incontrato persone che hanno fatto scelte di vita dopo aver letto questo libro: un paio di anni fa un liutaio in Liguria mi ha raccontato che aveva studiato giurisprudenza, ma dopo aver letto il libro ha scoperto che gli piacevano gli strumenti musicali e ha scelto un percorso diverso, ma che gli corrispondeva».
Parla con semplicità e simpatia, Andrea De Carlo, lo fa anche quando dice che lui forse riscriverebbe qualunque suo libro, e che a volte, quando durante una presentazione legge ad alta voce, gli capita addirittura di cambiare un aggettivo o una frase.
«Ma credo anche - conclude – che se mi mettessi a tavolino non ne riscriverei nessuno, perché penso sia meglio scriverne di nuovi. Rifarli sarebbe come alterare una fotografia».
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