ALESSANDRO MONESTIER
Scrivere è la mia medicina per l’anima

Una fiammella che ha preso vigore col passare degli anni. Un’inclinazione adolescenziale divenuta una medicina per l’anima. Da hobby notturno a fuoco ormai irrefrenabile, valvola di sfogo quotidiana vissuta come evasione assoluta.
Pediatra per professione e scrittore per passione, Alessandro Monestier confessa tutto il suo amore per l’arte della parola. Il sorriso è nel suo Dna, forse il suo tratto distintivo. Ma nei suoi scritti va ben oltre quella naturale e travolgente simpatia che tutti gli riconoscono.
Ama gli scanzonati romanzieri americani, mentre nei confini patri il suo stile - ovviamente con i dovuti distinguo - può essere accostato a quello di Stefano Benni.
«Sono arrivato alla scrittura da adolescente - racconta -, mi sono dilettato con piccoli brani in forme diverse. Nel 1995 ho scritto il mio primo romanzetto, mentre lavoravo in ospedale a Milano. Poi la fiammella si è ravvivata negli ultimi dieci anni. Sembrerà strano ma prima non amavo tantissimo la scrittura in sé, poi tutto è cambiato. Ho cominciato scrivendo di sera e di notte, a casa. Preferendo la scrittura ai programmi in televisione. Poi ho cominciato a farlo anche nel tempo libero e nelle pause del mio lavoro».
Il pediatra varesino racconta di dedicare alla scrittura almeno mezz’ora al giorno: «Ho una propensione al racconto breve, non riesco a riempire mille pagine facilmente. L’ambizione è quella di avere una scrittura con caratteristiche formali: lo confesso, mi piace la bella scrittura. Per cui scrivo, riscrivo, limo, modifico. Mi piace la bellezza della scrittura in sé, la ricerca della parola, tanto più dopo aver conosciuto e aver lavorato con un autore come Roberto Piumini».
Monestier ritiene che in questo periodo storico scrivere nel miglior modo possibile, nella forma migliore, limando e sistemando, sia un valore. «Amo la parola evocativa, non descrittiva. Oggi le parole vengono usate a sproposito, c’è una sorta di pornografia della parola, senza il minimo stile».
Il pediatra varesino coglie l’attimo per lanciare un appello: «Gli operatori del settore dovrebbero avere maggiore attenzione al linguaggio, usare le parole non come scudisciate. Ecco, non pretendo di arrivare alle vette di Proust, ma mi piace il rispetto delle parole. Per questo quando scrivo i miei brani, pur non essendo un professionista, li correggo e a volte li riscrivo. Un mio modello? Michele Serra. Dice quel che vorrei dire io ma in modo splendidamente sintetico».
Attualmente è impegnato a scrivere un romanzo in chiave umoristica e surreale su un professore di liceo che a causa di un errore informatico viene in possesso di un’enorme somma di denaro.
Ma esiste un punto di contatto tra la professione di pediatra e la passione per la scrittura? «A parte la collana per ragazzi sulle vicende di Petra (pediatra fuori dall’ordinario - ndr), non scrivo mai del mio lavoro, anzi scrivo di quel che non ho potuto vivere. Un po’ come al cinema, il desiderio è vivere vite diverse dalla mia. Essendo cresciuto in una famiglia per metà di artisti e per metà di medici, credo sia una forma di... schizofrenia presente nella linea cromosomica».
Antonio Triveri
© Riproduzione Riservata