VIAGGIO NELLA MENTE
Varese: «Danno, prova e processi mediatici»
Incontro tra psichiatri forensi, medici legali e avvocati. «Il nostro lavoro? Compito difficile»
Metti una sera a confronto i luminari italiani della psichiatra forense e della medicina legale. Diversi i temi affrontati. Eccoli: la perdita di chance; la valutazione del grado di sofferenza quando il danno sviluppa anche una lesione dello psichismo; la valutazione del danno biologico nel minore; l’impugnazione del testamento: cooptazione e annullamento; i nuovi quadri psichiatrici e l’evoluzione del concetto di imputabilità; «l’evoluzione ( involuzione) della Ctu nella materia di affido del minore: tra “tarallucci e vino” e “veni vidi vicit».
Particolare attenzione a come valutare il danno appunto psichico in aggiunta o sovrapposizione o inglobamento a quello biologico, più strettamente fisico, derivante da eventi traumatici e riconducibili a responsabilità altrui. Un caso per fare luce, qui sintetizzato in linguaggio non clinico ma popolare: la frattura a una gamba che costringe il paziente a comprimere le proprie abitudini di vita, generando così potenziali scompensi anche nella mente. Un tema insomma rilevante e concreto: entra nelle valutazioni di cause e processi, nelle quantificazioni di possibili risarcimenti.
Ebbene di tutto questo hanno parlato a Varese, nello studio della psichiatra forense Stefania Zeroli, il professor Felice Carabellese, presidente nazionale della Società italiana per la psicoterapia e la riabilitazione forense e docente all’università di Bari, il dottor Franco Marozzi, vice presidente della Società italiana di medicina legale, e il professor Mario Tavani, ordinario in quiescenza di Medicina legale dell’Università dell’Insubria. Con loro, a proporre casi emblematici sui quali avviare riflessioni, la psichiatra Sara Gambarini, direttore di struttura complessa di psichiatria dell’Ats Insubria, l’avvocato penalista Fabrizio Busignani, l’avvocato civilista Sonia Zarbo, i medici legali Fabio Farina, Lillith Beraldo, Andrea Calbie la dottoressa Lia Parente, presidente di Network Maul.
Il confronto, vivace, a tratti colorito, a tratti squisitamente tecnico (per addetti ai lavori), è durato oltre due ore e si è concluso con un aperitivo conviviale. È stata anche l’occasione per fare il punto su questioni e fenomeni di grande attualità che coinvolgono la psichiatria forense.
«SPETTACOLO MEDIATICO SENZA ELEMENTI»
Il primo: i processi mediatici con criminologi e altre figure professionali che si addentrano nella materia appunto di psichiatri forensi e medici legali... «Penso che i colleghi che spesso si presentano davanti lle telecamere dovrebbero comunque comportarsi secondo il criterio rigoroso medico-legale e psichiatrico forense» commenta il professor Tavani. Che aggiunge: «Se non si hanno elementi, se uno non ha mai preso contatto con la persona, non capisco come possa esprimersi in termini anche solo di probabilità». «E penso che il far parte di uno spettacolo mediatico, condizioni anche chi parla: non si ha quella libertà di pensiero e soprattutto quella ragionevolezza nell’esprimersi che invece si riscontrano in una riunione tra professionisti. C’è chi è vittima del fascino dell’evento mediatico... » conclude Tavani.
«IL MARGINE DI ALEATORIETÀ»
Altro tema sulla bocca di tanti: la diversità di diagnosi e valutazioni - lo si vede anche, soprattutto nei processi più seguito dal grande pubblico - tra psichiatri nell’esaminare la stessa persona. Oggettività chimera? Il professor Carabellese, noto a livello internazionale per le sue pubblicazioni, ammette e precisa: «Io mi occupo soprattutto di psicopatologia forense all’interno della disciplina medico legale e certamente la psichiatria, in particolare la psichiatria forense, soffre un margine di aleatorietà che ahimè è irrisolvibile»
«La certezza rispetto ai termini di prova scientifica da proporre all’interno delle aule di giustizia viene dalla stretta osservanza della metodologia di indagine: credo che sia l’unica opportunità che si ha di fornire per l’appunto un parere fruibile in un’aula di giustizia» sottolinea Carabellese.
«VERITÀ SCIENTIFICA E PROCESSUALE»
La prova scientifica nei processi sarà uno dei temi che la categoria dei medici legali affronterà in un convegno a giugno. Il dottor Marozzi anticipa così l’ambito di discussione: «Verità scientifica spesso non è la stessa cosa della verità giuridica e quindi noi abbiamo la grande responsabilità non tanto di orientare giuria e giudici su particolari elementi, ma di fornire degli elementi perché una situazione che è diversa dalla prova scientifica, cioè la prova processuale, prenda appunto corpo all’interno del processo. Tutti noi sentiamo dai media, dalla televisione, e dalla radio, dai racconti delle serie crime, che medici, psichiatri forensi, biologi, antropologi e genetisti forniscono determinate risposte ai quesiti che vengono posti dal magistrato. Ecco, su quanto tutto questo sia vero da un punto di vista, come diciamo noi, probabilistico e quanto sia reale accertabile, questo è il nostro grande compito che naturalmente non è un compito facile da eseguire». «Lavoriamo essenzialmente sull’uomo, di cui gli atti e la personalità sono sempre un mistero che la scienza penetra, ma non può mai accertare in maniera definitiva» conclude il professor Marozzi.
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