DA VEDERE
Entriamo nel salotto del collezionista

Un viaggio ideale nei salotti dei collezionisti varesini tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento: è la proposta della mostra finalmente aperta al Castello di Masnago a Varese, dopo l’inevitabile proroga a causa dell’emergenza sanitaria.
Luoghi di incanto e di scoperta, scrigni di dipinti, sculture e oggetti d’arte decorativa, ben rappresentati in mostra - a cura di Sergio Rebora e promossa da promossa da Fondazione Cariplo, Fondazione Comunitaria del Varesotto e Comune di Varese - da una settantina di opere un tempo custodite in raccolte private e oggi provenienti dalle collezioni varesine (Musei civici e Casa Museo Lodovico Pogliaghi al Sacro Monte di Varese), dalle raccolte d’arte di Fondazione Cariplo, dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica e dal Museo Poldi Pezzoli di Milano, oltre che dal Museo della Società Gallaratese per gli Studi Patri di Gallarate.
A fare da padroni di casa i Ponti, attivi tra Varese e Gallarate, i Borghi e i Cantoni di Gallarate, le famiglie Turati e Crespi di Busto Arsizio, tutti nomi che la storia dell’impresa annovera tra i pionieri dell’industria tessile. E, ancora, i banchieri Taccioli, i duchi Litta Visconti Arese, l’impresario edile De Grandi e sua moglie Amelia Bolchini. Esponenti dell’alta borghesia, industriali e politici, che grazie alla loro attività di mecenati hanno portato a Varese pittori, scultori e architetti, per decorare dimore di residenza e di villeggiatura.
Mecenati che utilizzavano la committenza d’arte quale prezioso strumento per ottenere obiettivi più vasti, prestigio e legittimazione sociale, per costruirsi un’immagine pubblica signorile.
Grazie ad acquisti (presso le mostre annuali dell’Accademia di Brera o del Palazzo della Permanente di Milano) o a commissioni agli artisti, con cui di frequente gli imprenditori intrecciavano legami di amicizia, diedero così vita a raccolte d’arte dalla fisionomia variata e multiforme, caratterizzate dalla preferenza per il soggetto di genere, la natura morta, il paesaggio, incentrate soprattutto sull’arte contemporanea, ma talvolta aperte all’arte antica e sull’oggetto d’antiquariato. Industriali ma anche mecenati, come Chang Sai Vita, di origini ebraico-cinesi che si trasferì a Varese e che permise la costruzione della prima cupola dell’Osservatorio Astronomico del Campo dei Fiori. A lui apparteneva la fascinosa Tamar di Giuda di Francesco Hayez, donata ai Musei Civici varesini.
O ancora, il medico milanese Luigi Villa, attivo per l’Ospedale Maggiore nella seconda metà del Novecento, che ha donato a Varese il Ritratto di Margherita Villa bambina di Daniele Ranzoni. Insieme ad Hayez e Ranzoni, si ammirano in mostra opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati, Giacomo Balla, AdolfoWildt, Giuseppe Bertini che tracciano un affascinante affresco di un territorio e di un’epoca.
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