AL MAGGIORE
Quel Misantropo di Giulio Scarpati

«A questo Misantropo mi legano soprattutto due aspetti. L’indignazione che viene da cose che raccontano come l’uomo compia gli stessi misfatti e che ti fanno chiedere come è possibile che questa cosa si ripeta, in un meccanismo che, alla corte come anche in democrazia, vede sistemi di corruzione e non di merito. E l’innamoramento, l’amare una persona che non c’entra niente con te: questo mi ha intrigato perché sembra impossibile. Ma la realtà è sempre più sorprendente».
Giulio Scarpati è Alceste, il Misantropo, appunto di Molière, in scena martedì 19 novembre al Maggiore di Verbania per la regia di Nora Venturini. Accanto a lui, Valeria Solarino è Celimene e Blas Roca Rey è Filinto.
In una traduzione di Cesare Garboli che, sottolinea ancora Scarpati, «ha reso molto contemporaneo questo Molière che sta parlando di cose non distanti da noi, facendolo con un linguaggio che comunica di più. Del resto il pregio di un classico è proprio che continua a parlarci: se le cose scritte sono adeguate nella traduzione per una più facile comprensione, allora diventano veicoli ancora più efficaci».
E se dunque il tema della corruzione e dell’ipocrisia che Alceste rifiuta completamente sono sempre naturalmente al centro, ecco in questo allestimento insistere anche sull’aspetto contraddittorio del Misantropo che «ama una donna che è lontana dal suo modo di vedere – commenta Scarpati -. La linea originale è questo tipo di amore per uno come lui e la sua pretesa di dire a una donna “vieni nel mio deserto”, che è un po’ un egoismo, la contraddizione. Inoltre c’era anche la preoccupazione di dare più sfumature alla sua intransigenza, capire i colori prevalenti, muoversi in un margine più ampio senza negare le caratteristiche del personaggio, ma arricchendole. Con anche il disagio doloroso che lui prova a stare in un salotto, in un luogo che non gli piace: lui, in una situazione che odia, ha una donna che ama».
E nel raccontarlo, questo “suo” Misantropo, l’attore volto noto di personaggi come il giudice Livatino o il dottor Lele Martini, ricorda il coinvolgimento che da bambino, al Pincio, provava nel vedere l’attore che impersonava un Pulcinella. «Un attore – conclude -, per essere credibile deve aderire al personaggio, deve stare con lui e accettare insieme con convinzione un viaggio. Come i bambini che vedono e commentano: e questa è la visione migliore perché è un teatro che coinvolge senza sovrastrutture, è diretto e smuove le cose in un effetto quasi terapeutico».
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