ARTE
Cento opere per entrare nel mondo di Leonor Fini
La grande retrospettiva sulla pittrice surrealista anticonvenzionale ed eccentrica è allestita a Palazzo Reale

Affinché non sorgano dubbi sull’identità dell’artista riguardo alla mostra in corso a Palazzo Reale a Milano il titolo Io sono Leonor Fini a cura di Tere Arcq e Carlos Martin, fuga ogni incertezza. Nell’iconico autoritratto con cappello rosso, l’artista italo-argentina volge lo sguardo verso i visitatori attuando dinamiche visive dove le coordinate percettive tracciano traiettorie introspettive. In fuga dall’Argentina con la madre che la voleva sottrarre alla podestà del marito, sin dall’infanzia Leonor Fini matura il germe della ribellione verso un mondo pervaso dall’egemonia maschile. A quasi un secolo di distanza dalla personale tenutasi a Milano nel 1929 presso la Galleria Barbaroux, Palazzo Reale le rende omaggio con un percorso espositivo composto da nove sezioni tematiche in un susseguirsi di dipinti, disegni, fotografie, costumi di scena, illustrazioni, design e video. A partire dagli anni Trenta Leonor Fini si trasferisce a Parigi dove frequenterà artisti della levatura di Jean Cocteau, Max Ernst, Georges Bataille, Man Ray e Salvador Dalì. Sul fronte dell’emancipazione femminile stringerà complicità intellettuali con Leonora Carrington, Dorothea Tanning e Frida Kahlo. Le nature morte presenti in mostra, eseguite nei primi anni del secondo dopoguerra, si contraddistinguono per rigore esecutivo e profonda conoscenza dell’arte rinascimentale. Nella sezione dedicata alle incisioni per libri si coglie l’intensità di un tratto privo di pentimenti unito a ritmiche cadenze segniche dove le figure, gli oggetti, gli elementi della natura assumo significanze che paiono nascere dall’interazione tra le profondità prospettiche e le distinte parti. Per l’amica e stilista Elsa Schiapparelli disegnerà una boccetta di profumo e la linea di un armadio antropomorfo. Il percorso espositivo evidenzia inoltre l’attività di costumista e di scenografa per il Teatro alla Scala, ma anche per Otto e mezzo di Fellini. Ad influenzare le sfere dell’inconscio contribuiranno gli scritti di Sigmund Freud che daranno vita a lavori dominati da scenari onirici, mitologici e surreali.
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