TENSIONI
E le monetine seppellirono la Prima Repubblica
Quando Bettino Craxi esce dall’Hotel Raphael succede il finimondo ed esplode la rabbia

Roma, Largo Febo, 30 aprile 1993, ore 19 e 30. Lo spiazzo davanti all’Hotel Raphaël è transennato, i cordoni della polizia trattengono a fatica la folla. Sono centinaia, da un’ora aspettano Bettino Craxi. Sventolano banconote e cantano “Vuoi pure queste? Bettino Vuoi pure queste?” sulla melodia di Guantanamera. Ma non è goliardia, anzi sono furiosi: “Vergogna!”, “Ladri!”, “Porci!”, “Bettino il carcere è vicino!” urlano. È l’Italia di Tangentopoli. Da un anno l’inchiesta “Mani Pulite” sta sconvolgendo la Prima Repubblica. Indagini su corruzione, concussione, ricettazione e finanziamento illecito ai partiti sono state aperte dalle Procure in tutta Italia, da Aosta a Trapani. E le tangenti riguardano tutto: a Bergamo l’inceneritore, a Verona gli appalti per l’autostrada Serenissima, a Catania le concessioni per lo smaltimento dei rifiuti.
Il sistema del malaffare diffuso e capillare è stato scoperchiato e l’intera classe dirigente sembra assediata: gli “avvisi di garanzia” stanno colpendo anche i grandi leader, da Andreotti a Forlani. Craxi ha ricevuto il primo il 15 dicembre, alla fine gli indagati saranno circa 12 mila e gli arrestati almeno 5 mila, di tutti i partiti. L’avviso è solo una comunicazione che la Procura invia all’indagato, così che possa organizzare la propria difesa, tuttavia per l’opinione pubblica è già una condanna definitiva. I parlamentari, inoltre, godono dell’immunità: per poter indagare, le Procure devono chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.
Così, il 29 aprile Bettino Craxi si è difeso in Parlamento dalle accuse di corruzione e ricettazione del Pool di Milano guidato dal procuratore Francesco Saverio Borrelli. Un discorso duro, senza sconti. Per 53 minuti ha accusato “il clima infame” alimentato dalla stampa, gli arresti ingiustificati, le confessioni estorte, la criminalizzazione della classe politica. Ha rifiutato qualsiasi addebito di corruzione personale, ma ha anche ammesso: “tutti sapevano e nessuno parlava”. E ha coinvolto anche “i maggiori gruppi industriali”, colpevoli quanto i politici. Lo aveva del resto già sostenuto il 3 luglio, in un drammatico intervento sempre alla Camera: «Il finanziamento illegale ai partiti è un fatto ampiamente noto” - aveva arringato in un silenzio tombale - e fioriscono casi di corruzione e concussione». Quindi, aveva concluso, «Se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema [politico] sarebbe criminale».
Una difesa appassionata, e la Camera gli ha dato ragione: le richieste della Procura vengono respinte. Craxi è salvo, è stato “assolto” dalla “casta”, scrivono i giornali. Ma ormai è identificato come il simbolo della corruzione e della degenerazione partitocratica e affaristica che ha investito la vita pubblica. Soprattutto, dell’indiscutibile arroganza e del senso di impunità della classe dirigente. Il Paese non ci sta: centralini dei giornali subissati di telefonate e fax, manifestazioni di protesta spontanee ovunque, da Milano, a Catanzaro. Quella sera la rabbia monta pericolosamente, trainata da tv e giornali: è “il giorno più grave della nostra storia repubblicana dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro”, scrive Eugenio Scalfari.
Craxi deve raggiungere gli studi di Canale 5 per un’intervista. Quando esce dall’albergo succede il finimondo: “Eccolo! Eccolo! Stanno tirando dei tutto! Monete! Tutto! Lanciano tutto!”, urla spaventata la giornalista del Tg3. In pochi secondi Craxi si infila in macchina, mentre esplode un boato di rabbia, urla, insulti, fischi. Viene bersagliato da sputi, monetine, pietre: sembra un tumulto. L’auto parte a tutta velocità scortata dalla polizia a sirene spiegate e Craxi in Tv poco dopo dice: “Per la prima volta ho provato sulla mia pelle lo squadrismo”. Quella scena incredibile, di pochi secondi, fu forse il battesimo della Seconda Repubblica e sancì la nascita del populismo, del giustizialismo e dell’antipolitica. Una brutta giornata, perché in politica la critica e lo sberleffo sono sempre ammessi, ma l’oltraggio no.
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