LUGLIO 1945
La Folla e la “Bibbia del Qualunquismo”
Quel libro vacuo, prolisso e amaro fu «il più grande successo editoriale dell’anno»

Guglielmo Giannini aveva perso in guerra il suo amatissimo figlio Mario e voleva farsi spazio in politica. Convinto di avere alcune “idee rivoluzionarie”, le aveva esposte in un libro dal titolo singolare : ”La folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide”, uscito a Roma nel luglio del 1945.
Giannini era un giornalista già noto: sei mesi prima aveva fondato “L’Uomo Qualunque”, un settimanale che andava letteralmente a ruba. Inoltre, per le strade di Roma non passava inosservato: alto, biondo, elegante, indossava la pelliccia, il cappello calato sugli occhi e l’immancabile monocolo. Dalle labbra pendeva “sempre” una sigaretta e dalla cintura una pistola. Per difesa, diceva.
Alle spalle, una storia pittoresca. Nato nel 1891 da famiglia borghese – anche il padre era giornalista – e cresciuto a Napoli, aveva abbandonato gli studi per fare di tutto: garzone, operaio, muratore. Nella Grande Guerra si era meritato una medaglia al valore poi, durante il ventennio, era stato non solo giornalista ma pure commediografo, sceneggiatore, autore di canzoni, romanzi polizieschi e regista.
Nel 1942 la morte del figlio in un incidente aereo lo aveva sconvolto. Lo considerava un innocente ucciso dai «pazzi criminali» che avevano scatenato la guerra e, «per vendicarsi dei suoi assassini», tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944 aveva scritto il libro.
Ne era uscito un volume di 310 pagine «dominato dall’odio», come scriveva il suo editore nell’introduzione.
Ma quali erano le «idee rivoluzionarie»? Giannini si era convinto che la storia dell’umanità fosse segnata dall’eterna lotta tra «i capi e la folla».
I primi, anche detti “UPP” (Uomini Politici di Professione), avidi e corrotti, avevano costretto la “Folla”, cioè la gente «di buonsenso, di buon cuore e buona fede, onesta laboriosa e pacifica”» a subire soprusi, privazioni, lutti, guerre.
In questa prospettiva la Patria, l’onore, l’eroismo erano miti fraudolenti e i regimi tutti uguali: Giannini si definiva «mai (stato) fascista», ma «nemmeno antifascista». E anzi, ribadiva: «come mi sono infischiato del fascismo e dei suoi settari, così m’infischio dell’antifascismo e dei suoi settari». Anche la politica, allora, era inutile: «noi vogliamo andare in tram, vogliamo avere il gas, noi vogliamo essere serviti», e ancora, attaccava, «ci vogliono strade, mezzi di trasporto, viveri»
Non occorrevano Togliatti o De Gasperi, ma «un buon ragioniere», che rimanesse in carica un anno per poi essere sostituito: i politici volevano solo «poter fare il proprio comodo e i propri affari». E a pagare era sempre l’Uomo Qualunque, il povero cittadino che voleva essere lasciato in pace e veniva tartassato dalle tasse.
Insomma, quel libro vacuo, prolisso e amaro fu «il più grande successo editoriale dell’anno», come recitava la fascetta della ristampa, e si trasformò nella «bibbia del qualunquismo». E, unito al linguaggio volgare, brutale e diretto fece la fortuna di Giannini, che irrideva gli avversari e ne storpiava i nomi: il Pci in “Partito concimista”, Benedetto Croce in “Maledetto Croce”, i democristiani diventavano i “demofradici cristiani”.
Giannini fu respinto con sdegno da tutti i partiti. Fondò allora un suo movimento, il “Fronte dell’Uomo Qualunque”, il cui motto era anche il programma: «Vogliamo che nessuno ci rompa più i coglioni», urlava.
Il successo all’inizio fu travolgente: il 2 giugno 1946 alle elezioni per l’Assemblea Costituente prese il 5,3%, alle comunali del novembre addirittura il 20,7% a Roma, il 24,5% a Palermo, il 47% a Lecce. Poi, però, nel 1948 il “Fronte” entrò nel “Blocco Nazionale” insieme al Partito Liberale. Rimase al 3,82% e di fatto si sciolse.
La parabola dell’Uomo Qualunque è comunque significava. Senza dubbio rappresentò un disprezzo atavico per la politica unito da scetticismo, individualismo, insofferenza: sentimenti da sempre presenti nel Paese. Nondimeno dopo aver urlato «Abbasso tutti!», come recitava una vignetta del giornale di Giannini, non rimane nulla, se non effimere fiammate di protesta. Qualunquiste, appunto.
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