L’ESPOSIZIONE
Macchiaioli: le pennellate che rompono con le regole accademiche
Il percorso conta oltre cento opere a Palazzo Reale ed è suddiviso in nove sezioni
La mattina del 15 settembre 1861 il re dell’Italia appena riunita, Vittorio Emanuele II, inaugurò in gran pompa a Firenze, nei locali della stazione della Leopolda in Porta a Prato, la prima grande Esposizione nazionale (l’antenata di Expo) del nuovo Regno d’Italia. La rassegna festeggiava il conseguimento dell’unità italiana e segnava lo sbocciare di una nuova sensibilità estetica, volta alla fedele rappresentazione del vero. In disaccordo con i quadri a soggetto storico, si registrò un aumento esponenziale di opere dedicate alle vicende della contemporaneità, che testimoniavano l’attenzione per gli episodi di vita quotidiana e per le già epiche battaglie risorgimentali. Il critico della Gazzetta del Popolo, con intento dispregiativo, definì questi artisti non conformisti con il termine denigratorio di “Macchiaioli”. In effetti, al di là dei soggetti, questi artisti dipingevano accostando campiture più o meno ampie di colore puro, respingevano il ricorso al disegno preparatorio e alla linea di contorno, al chiaroscuro e alle velature. La loro scelta era dettata da una volontà ben precisa di ritrarre la “verità” delle cose.
Alla rivoluzione della macchia Milano dedica una delle più complete retrospettive mai realizzate in Italia. Non solo si racconta uno dei momenti più affascinanti della pittura dell’Ottocento, espressione degli ideali del Risorgimento, ma «si liberano i Macchiaioli dalla loro cornice regionale», spiega Fernando Mazzocca, tra i più autorevoli esperti del movimento, che con Francesca Dini ed Elisabetta Matteucci ha curato la mostra prodotta da Palazzo Reale, 24 ORE Cultura e Civita. «Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte», spiegano i curatori. Cento opere suddivise in nove sezioni che partono dai moti risorgimentali e dagli interessi patriottici di un gruppo di artisti che amava ritrovarsi «nelle sale chiassose del Caffè Michelangiolo a Firenze, punto di riferimento anche per altri pittori italiani che condivisero con i Macchiaioli la volontà di realizzare un’arte che interpretasse gli ideali di una società nuova e contribuisse addirittura a realizzarla». Molti di loro erano anche combattenti, come Diego Martelli (che del gruppo fu il teorico), che si arruolò ma rimase presto ferito, o Signorini, al fronte durante la Seconda guerra d’indipendenza. A Fattori, tra i principali esponenti del movimento, fu impedito dalla famiglia di arruolarsi, ma con il suo pennello raccontò gli aspetti più umani del conflitto, come la cura dei feriti da parte delle suore di carità ne Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta. Dopo le sale iniziali dedicate alla pittura di storia e alle battaglie, con cui i Macchiaioli esordirono, si apprezzano le minuscole tavolette (coperchi di scatole di sigari) dedicate alla resa luminosa del paesaggio toscano, realizzate – in anticipo sugli impressionisti – lavorando en plein air, come Lega che dipinge sugli scogli di Fattori, i pagliai di Odoardo Borrani, i Pascoli a Castiglioncello di Telemaco Signorini. Notevole la sezione dedicata ai ritratti e alla dinamica degli affetti domestici: Il dopopranzo di Lega, in prestito da Brera, è tra i capolavori assoluti esposti. La parabola macchiaiola si chiude idealmente nel 1872 con la morte di Mazzini (struggente il suo ritratto sul letto di morte firmato da Lega): il sogno risorgimentale è sfumato, la loro era stata solo una magnifica illusione. «Quella società nuova in cui speravano, e che la loro pittura doveva riflettere, non è mai nata. È rimasta la loro arte, pure se ha avuto un riconoscimento postumo, a testimoniarne la grandezza». Ma la forza della macchia lascerà un segno nella storia dell’arte.
© Riproduzione Riservata


