LA SUA MOSTRA A MILANO
Tania Bruguera, l'artista dissidente cubana

Nell’ampia schiera di varia umanità compresa da Prévert a Jannacci, il primo in poesia il secondo in musica, nell’allocuzione «Quelli che» trovano posto anche quegli artisti figurali proni alle leggi di mercato impegnati a dipingere lo stesso quadro per una vita, sino ad arrivare a chi, privo di qualsiasi formazione accademica e culturale, imbratta casualmente la tela con segni e colori credendosi un novello Leonardo e sempre pronto a definire incompetente chiunque tenda a far loro notare la carenza del lavoro eseguito.
Fortunatamente Tania Bruguera non rientra in «Quelli che». A dare merito alla sua idea di arte sono gli spazi del PAC con La verità a scapito del mondo a cura di Diego Sileo.
Il peso specifico dell’artista, nata a Cuba nel 1968 (una data un destino) si misura dai riconoscimenti internazionali ricevuti quali il Premio Robert Rauschemberg, il Museo Guggenheim e il Prince Claus Fund Laureate. Ha esposto in istituzioni che vanno dalla Tate Modern di Londra alla Biennale di Venezia e a Documenta 11.
Sue opere si trovano nelle collezioni permanenti del MoMa, al Van Abbe Museum della Tate e al Museo Nacional de Bellas Artes de la Habana.
Dal 2021 è Senior Lecturer in Media & Performance alla Facoltà di teatro Danza e Media presso la Harvard University.
Le installazioni e le performance di Tania Bruguera hanno il preciso intento di indagare ed esaminare in modo articolato i meccanismi del potere, attribuendo all’arte la funzione di intervento propositivo in ambito di politica quotidiana.
Diciamolo subito, quella in corso al PAC non è una mostra accomodante, non strizza l’occhio né ai galleristi da Artefiera, né ai collezionisti da investimento sicuro.
La misura dell’impegno politico e sociale dell’artista lo si evince percorrendo le cinque stanze più parterre e primo piano dello spazio espositivo.
La primaria fonte di ispirazione del lavoro di Tania Bruguera è il testo della filosofa tedesca Hanna Arendt, alla quale è dedicato il titolo della mostra tanto da essere accolti da una attrice intenta a leggere gli scritti fondanti del pensiero della Arendt posta accanto alla bandiera simbolo dell’Europa su cui appare un ricamo in filo spinato eseguito dall’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi di concentramento nazisti, quale rimando alle condizioni dei migranti imbottigliati tra Polonia e Bielorussia.
L’ opprimente violenza delle dittature si coglie nella seconda sala: dal buio assoluto si passa ad uno shock visivo accecante dove solo si odono i passi e il rumore dei caricatori di differenti armi.
Prima di entrare nella «Crying Room», al visitatore viene impresso sul polso, con inchiostro rosso, un numero aggiornato in tempo reale quale indice dei migranti morti nel Mediterraneo e allo stesso tempo rimando diretto ai campi di concentramento, una volta all’interno piccole fessure nelle pareti rilasciano un composto organico che induce alla lacrimazione creando una empatia forzata nei confronti dei drammi dell’umanità.
Il parallelismo affidato alla «Tavola della salvezza», installazione in marmo nero frammentato da aste lignee, porta sia all’attuale esodo dai paesi africani sia a quello avvenuto tra il ‘59 e il ‘66 dal popolo cubano verso gli Stati Uniti dopo l’ascesa di Fidel Castro al potere.
Inoltre viene esposta dopo trent’anni «Statistica», imponente bandiera ridisegnata sul modello di quella cubana, realizzata con i capelli donati dalle donne e dagli uomini dell’isola.
Nel semibuio della quinta stanza un uomo irradia lo spazio con i lampi di una smerigliatrice agendo sulla scritta “Il lavoro rende liberi” posta all’ingresso dei campi di concentramento nazisti, creando una azione ambigua tra restauro o distruzione.
Il problema palestinese è raffigurato nel parterre con mucchi di sabbia in stretta relazione con lo spazio circostante. Nel semi buio della sala al primo piano al visitatore è imposto un tragitto su un tappeto di canne da zucchero mentre tre performer cubani elencano i nomi degli oltre cinquecento prigionieri politici detenuti nelle carceri di Cuba.
Un percorso intenso quello strutturato da Tania Bruguera, al tempo stesso ideologico e profondamente umano che coinvolge totalmente i sensi e la mente del visitatore.
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