MUSICA
Un vinile ci salverà. O almeno un po’
La scomparsa di Carù a Gallarate

La morte di Paolo Carù, uno dei più importanti “spacciatori di dischi” d’Italia (dieci anni fa il suo negozio di Gallarate era stato eletto tra i primi dieci del mondo), oltre al naturale coro di elogi tributato a un personaggio che per più di mezzo secolo ha influenzato gli ascolti di migliaia di giovani (ed ex) varesini, lombardi e non solo, e che nei suoi frequenti viaggi oltreoceano si permetteva di intrattenere relazioni con mostri sacri del rock, ha riaperto il vaso di Pandora dei ricordi di un mondo di musica - e di fruizione della stessa - che non c’è più.
Da Carù o da Buscemi, Transex, Mariposa o Bigi (nomi che gli appassionati milanesi ricordano bene e che fanno ormai parte del passato), l’acquisto del disco, del vinile, rappresentava un atto quasi religioso: dietro il banco c’era il titolare, spesso burbero ma quasi sempre espertissimo, che ti consigliava e ti “cazziava” se osavi chiedere l’artista troppo pop. Completato l’acquisto, correvi a casa e scattava la seconda parte del rito: via il cellofan, ecco il prezioso disco nero, osservi meravigliato l’artwork, afferri il braccio e posizioni la testina sul solco, scorrendo i testi dei brani. Soli o in compagnia, momenti che il cd prima e l’ascolto in streaming poi hanno via via azzerato.
Oggi resistono pochi negozi, il vinile è tornato in auge ma come fenomeno più o meno vintage (con l’e-commerce che ha tolto umanità all’atto dell’acquisto), i mercatini dell’usato (l’ultimo a Busto Arsizio nello scorso weekend) richiamano migliaia di appassionati. Ma nulla ci potrà ridare quei momenti che le giovani generazioni non potranno mai capire, limitandosi allo sfottò del boomer tanto cringe. Grazie Paolo: consiglio del giorno (in tuo onore) Astral Weeks, Van Morrison, capolavoro del 1968 (sic).
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