IN TRIBUNALE
Varese, amore virtuale. Con truffa vera
La 20enne di Gallarate in realtà era un uomo di Isernia
Dopo l’invalidità era scivolato in depressione. Troppo giovane per sentirsi già fuori dalla vita, il ragazzo, varesino, aveva cercato un appiglio nelle chat di incontri. Su Evermatch aveva conosciuto Sara: vent’anni, di Gallarate. Era bastato poco per innamorarsi. Anche se solo dietro uno schermo, in quella dimensione sospesa dove le parole sembrano più vere della realtà e la solitudine trova una voce.
Con lei si era aperto subito. I messaggi, passati in privato, erano diventati sempre più intimi, spesso accompagnati da foto spinte. Un rapporto costruito giorno dopo giorno, tra confidenze e promesse mai mantenute, fatto di attese, di notifiche, di illusioni che riempivano le giornate.
Poi la richiesta: problemi di soldi, urgenze da risolvere, imprevisti raccontati con naturalezza. Lui, che aveva appena ricevuto una piccola eredità dopo la morte della madre, non aveva esitato. Una ricarica, poi un’altra, poi un’altra ancora. In tutto 33 versamenti su una PostePay: oltre 9300 euro in quattro mesi. Soldi inviati a una ragazza che non riuscirà mai a incontrare, rimandando ogni volta l’appuntamento con una scusa diversa, sempre plausibile, sempre convincente.
Quando le richieste si fanno insistenti e iniziano i ricatti, capisce che qualcosa non torna. E infatti Sara non è quella che dice. Non è innamorata. Non esiste. Dietro le foto di quella bionda disinvolta si nasconde un uomo: Mario S., 32 anni, molisano di Isernia, truffatore seriale. La carta su cui arrivavano i soldi è intestata a lui, già noto per aver preso di mira persone fragili sfruttando l’anonimato online e costruendo relazioni fittizie, calibrate sui bisogni delle vittime.
Il Tribunale di Varese lo condanna a 11 mesi di reclusione senza condizionale. Ma con la riforma Cartabia la pena viene convertita dalla Corte d’Appello di Milano: multa da oltre 9300 euro, da pagare allo Stato in 60 rate. Ne basta una saltata perché torni il carcere. Resta una domanda: quanto sarebbe andata avanti senza una reazione?
La finta Sara, usando anche il numero di un minore estraneo ai fatti, era arrivata a minacciarlo: se smetti di pagare, diffondo le tue foto a parenti e amici. A quel punto rompe il silenzio. Si confida con il padre, poi con le forze dell’ordine. Senza però costituirsi parte civile. Una scelta che racconta, più di tutto, il peso della vergogna e la fatica di esporsi dopo essere caduti in una trappola costruita su misura.
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