LE OPINIONI
Il Mississippi e l’eredità del Reverendo
Se n’è andato Jesse Jackson, simbolo quanto mai attuale dei diritti civili
Nel giugno del 1964 tre giovani attivisti dell'African-American Civil Rights Movement sparirono nel nulla nella Contea di Jessup, nel cuore del Mississippi. I tre giovani si chiamavano James Earl Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner. Il primo era di pelle nera, gli altri due di religione ebraica. Il caso sconvolse gli Stati Uniti ma il governo del Mississippi bloccò l'indagine. Ci pensò così il ministro della Giustizia, ovvero Robert Kennedy, a intervenire di persona organizzando una massiccia operazione dell'FBI con l'invio di ben 150 agenti sul territorio. Dopo 44 giorni i corpi dei ragazzi vennero ritrovati e l'indagine smascherò finalmente i colpevoli. Gli assassini erano abitanti della zona ma anche notabili della contea che avevano goduto della complicità dell’ufficio dello sceriffo. Tutti gli incriminati, ben 18, erano iscritti o fiancheggiatori del Ku Klux Klan e purtroppo il processo, nel 1967, si tenne in Mississippi di fronte a una giuria di soli bianchi che finì per condannare solo 7 imputati per reati minori. La vicenda è raccontata con indimenticabile efficacia in “Mississippi Burning”, magnifico film di Alan Parker con Gene Hackman e Willem Defoe. Proprio negli anni di quella triste vicenda iniziava la propria lotta per i diritti civili un poco più che ventenne ragazzo di colore. Si chiamava Jesse Jackson che, negli anni, è divenuto un autentico simbolo delle battaglie per la libertà. Pur non avendo concluso i suoi studi di teologia, Jackson fu sempre noto come il Reverendo e fu al fianco di Martin Luther King, fino all'uccisione di quest'ultimo il 4 aprile del 1968. Proprio King lo aveva designato come suo successore e da allora il Reverendo Jackson non si è mai fermato, arrivando anche a candidarsi, senza successo, a presidente degli Stati Uniti. Martedì Jesse Jackson se n'è andato a 85 anni logorato dal morbo di Parkinson e la sua scomparsa è una notizia dolorosa per chiunque lotti per i diritti civili perché il Reverendo non era solamente un attivista, era un uomo che aveva compreso che era possibile ottenere risultati impensabili grazie alla diplomazia, prima ancora che la violenza che purtroppo dilania l'America da decenni, tanto da essere una figura apprezzata anche dai propri oppositori. Memorabile il suo rapporto con Ronald Reagan, che si era opposto alla missione in Siria da parte di Jackson nel 1983 per liberare un soldato statunitense. Il Reverendo partì ugualmente e tornò a casa con il soldato e il rapporto con Reagan cambiò tanto che fu lo stesso Jackson a essere inviato a Cuba un anno dopo per il rilascio di 22 cittadini americani tenuti in ostaggio dal regime di Fidel Castro. Indimenticabili poi le sue lacrime in mezzo alla folla festante il giorno dell'elezione di Barack Obama, con il quale pure si era scontrato apertamente in più di un'occasione. Ma l'emozione di veder eletto il primo presidente degli Stati Uniti dalla pelle nera fu troppo forte per quell'uomo che vide in quel simbolo la realizzazione di un percorso che pareva impossibile quando iniziò la propria battaglia oltre 40 anni prima. Jackson non c'è più ma resterà la sua eredità, quanto mai importante in un'epoca nella quale il presidente degli Stati Uniti è figlio di un simpatizzante del Ku Klux Klan.
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