PALAZZO REALE
Max Ernst, il genio del surrealismo

Chi ha occhi per vedere, veda, altrimenti vada», diceva senza mezzi termini Max Ernst (1891-1976), l’artista tedesco a cui Palazzo Reale dedica la prima retrospettiva in Italia.
La mostra, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura e da Palazzo Reale con Electa, in collaborazione con Madeinart, e curata da Martina Mazzotta e Jürgen Pech, presenta oltre 400 opere tra dipinti (80 in tutto), sculture, disegni, collages, fotografie, gioielli e libri illustrati provenienti da musei, fondazioni e collezioni private, in Italia e all’estero.
Il suggerimento dell’artista ad abbandonarsi al gusto della visione e all’osservazione dei dettagli vale anche oggi, per i visitatori di questa mostra decisamente complessa e sfaccettata, da richiedere più di una visita (si sta pensando a scontistiche per chi ritorna). Caleidoscopica quanto il protagonista, non solo pittore ma anche scultore, orafo, amante del cinema, della filosofia, della scienza e dell’alchimia.
“Pictor doctus”, come viene presentato nel contesto della mostra, non solo dadaista e surrealista, ma anche romantico e patafisico, umanista in senso neorinascimentale.
Se Andre Chastel affermava di rinvenire in Ernst una sorta di “reincarnazione di quegli autori renani di diavolerie tipo Bosch”, Marcel Duchamp vi aveva rintracciato “un inventario completo delle diverse epoche del Surrealismo”.
La mostra, frutto di una lunga ricerca, ripercorre la parabola creativa dell’artista, segnata dai grandi avvenimenti storici del XX secolo e costellata di amori straordinari, nonché di amicizie illustri.
Autodidatta, Ernst racconta della sua formazione a fianco del padre Philip. Un giorno questi dipinse un albero del giardino, salvo accorgersi di avere dimenticato un ramo.
Prese una sega, uscì in giardino e tagliò il ramo. Da allora, Max, promise a se stesso che non avrebbe mai fatto violenza alla natura, la cui presenza diventa una costante nel suo lavoro, fonte inesauribile per rappresentare il “Gran Teatro del Mondo”, insieme ad altri interessi, non limitati alle arti visuali, ma estesi anche alla poesia, alla letteratura, alla filosofia, all’alchimia, alle scienze.
Come scrivono i curatori, “la vita e l’opera di Max Ernst rappresentano un viaggio straordinario attraverso il Novecento e offrono geniali modalità per rendere poesia ciò che è banale, per guardare con coraggio al buio come alla luce, per estendere lo sguardo fino ai limiti estremi del visibile – ieri come oggi”.
La mostra si articola in nove sale tematiche e narra le vicende biografiche di Ernst raggruppandole in quattro grandi periodi: la prima parte si svolge in Germania tra il 1891 e il 1921, dall’infanzia alla Grande Guerra, combattuta in prima persona ed equiparata a un periodo di morte; la risurrezione, il ritorno alla vita, il matrimonio e la nascita del figlio Jimmy, l’avvento rivoluzionario di Dada e l’invenzione del collage, la prima mostra in Francia e il proto-surrealismo.
Si passa poi al periodo della residenza in Francia 1922-1940, l’affermarsi del Surrealismo, il secondo matrimonio e l’amore con Leonora Carrington, fino alla fuga in America organizzata grazie al supporto del figlio Jimmy e soprattutto di Peggy Guggenheim, che l’artista sposerà per un breve periodo.
A chiusura del percorso, una sezione dedicata alle stelle e al cosmo, tra astronomia, antropologia, fisica e patafisica, proprio negli anni che precedono lo sbarco dell’uomo sulla Luna.
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