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Anicka Yi, tra arte, odori e materiali

Anicka Yi (Seoul, 1971), trasferitasi giovanissima con la famiglia negli Stati Uniti (oggi vive e lavora a New York), espone, curata da Fiammetta Griccioli e Vicente Todolì, la mostra «Metaspore», dal 24 febbraio al 24 luglio nello spazio «Shed» di HangarBicocca a Milano. Una retrospettiva che copre l’intera carriera dell’artista partendo dai primi progetti del 2010 e qui ricordati con un’opera seminale, in quanto presenta in nuce tutti i temi cari all’artista: «Skype Sweater», 2010: un paracadute gonfiato da soffi d’aria è trattenuto da plinti su cui sono esposti oggetti e materiali di varia provenienza (da una borsa di plastica riempita di gel per capelli, ami e trippa alle buste in Mylar fritte in tempura - facile richiamo alle sue origini asiatiche) tutti indirizzati ad esaminare il corpo «nei suoi aspetti organici e politici».
È qui presentata, in effetti, la grammatica di base con cui l’artista si esprime. Un alfabeto, variamente combinato, di elementi organici e artificiali, di sostanze deperibili e materia resistente, di materiale naturale e di strutture socio-culturali, di posizioni politiche e ricerche estetiche, il tutto non raramente proposto a livello di una concettualità molto elevata. Indicativa di quest’ultima è l’opera che accoglie il visitatore. S’intitola «Immigrant Caucus», 2017, ed è composta da una rete metallica e nebulizzatori che diffondono una fragranza agra ricavata «ibridando le componenti chimiche del sudore di donne asiatico-americane con le emissioni delle formiche carpentiere», nel tentativo di suggerire la riflessione sulla condizione sociale e sullo sfruttamento lavorativo di queste minoranze.
Un lavoro che, in assenza di bellezza, trova la sua ragion d’essere nel messaggio politico che lo accompagna e nell’impiego formale della fragranza appositamente concepita (la dimensione olfattiva è componente fondamentale della ricerca della Yi). L’artista afferma che profumi e fragranze «scolpiscono l’aria» e, come sculture, occupano e definiscono lo spazio. Marcel Duchamp e Piero Manzoni, nel secolo scorso, avevano preconizzato una sorta di impiego scultoreo dell’immateriale aria, rispettivamente con Air de Paris, 1919 e Fiato d’artista, 1959-60. Posizionato, per dir così, al polo opposto troviamo un «polittico» intitolato Biologizing the Machine, 2022; teche in vetro che ospitano ecosistemi di batteri del suolo locali e alghe, la cui interazione dà vita a composizioni «pittoriche» che richiamano dipinti astratti e profili paesaggistici. Essendo composti da materiale vivente questi lavori si modificano nel tempo, sì che lo spettatore che visiterà la mostra oggi non vedrà gli stessi dipinti e gli stessi paesaggi di chi la visiterà a luglio.
Anicka Yi si dimostra una figura assai interessante nel panorama contemporaneo dell’arte. Con la sua attenzione per gli odori, i batteri e la materia vivente, ella lavora agli estremi margini di quella che è la ricerca artistica di questi primi anni del XXI secolo. E ricerca è proprio il termine giusto se pensiamo alle sue collaborazioni con Mit di Boston o quella instaurata in occasione di questa mostra con l’università Milano-Bicocca. Una ricerca, dunque, paradigmatica della libertà che si è andata conquistando l’attività artistica da un secolo a questa parte, ampliando ancora di più lo spettro di ciò che viene ricompreso entro la nozione di arte; e facendo di quest’ultima una «cornice» capace di rendere contemplabile praticamente ogni attività umana.
L’artista contemporaneo, infatti, sembra essere meno legato del suo omonimo di cent’anni fa allo status di creatore e si riappropria della volontà mimetica. Ma la realtà che imita non è più quella naturale, bensì quella delle prassi umane. In questo caso la prassi scientifica è il campo d’azione artistica. Quest’ultima, ignorando l’esperimento come preordinato ad un fine utilitaristico, lo coglie nel suo mero farsi, come fenomeno/processo puramente visivo, uditivo o olfattivo.
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